La Giustizia Tributaria tra “eccentricità” decisionali e il bisogno di umiltà

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Abbiamo ancora bisogno di questa “giustizia” tributaria?

Prendo spunto da un recente intervento del prof. Alberto Marcheselli (La Giustizia tributaria, il Gatto Mammone e la Bella di Torriglia) e del dott. MICHELE IAVAGNILIO sulle decisioni “eccentriche” di alcune Corti di giustizia tributaria (Mulini a vento o Giganti) per condividere una riflessione maturata in anni di studio sulla psicologia giudiziale.

Solo nell’ultimo mese, ho assistito a interpretazioni che definire “controintuitive” è un eufemismo: Corti che negano il contraddittorio obbligatorio perché, secondo loro, la parola “tutti” scritta nella legge non include quello specifico atto. Corti che ammettono un palese “ne bis in idem” (stessa imposta chiesta due volte), ma lo validano perché “gli importi sono diversi”.

Non è solo questione di "rodaggio" delle nuove norme. Il problema è sistemico.

Ne vedo almeno tre: (1) La mancanza di Umiltà Cognitiva: La difficoltà di accettare che anche il giudicante è soggetto a bias, fallacie ed euristiche. Un “bagno di umiltà” (come quello che fece Bill Gates) dovrebbe essere l'inizio di ogni igiene decisionale. (2) Il sistema binario-rettiliano: Nel tributario, il giudice troppo spesso non giudica, decide. Pollice su o pollice giù. Vita o morte economica. Manca la “mitezza del diritto”, manca la sfumatura, manca il coraggio del non liquet. (3) L'arrocco tecnologico: Mentre la scienza e l'amministrazione si evolvono verso la trasparenza, la Giustizia resta spesso un sistema chiuso, che riduce la complessa realtà fenomenica (terabyte di fatti) a una sentenza di pochi kilobyte che “fa del bianco nero”.

L'Intelligenza Artificiale ci salverà? È paradossale: si teme l'AI, ma ho visto casi in cui macchine “fredde” hanno valutato con più equità di giudici umani condizionati dai bias.

La soluzione non è sostituire l'uomo, ma ripensare una giustizia che sia partecipata e trasparente, dove il Giudice ritrovi il ruolo di profondo conoscitore del diritto e facilitatore di soluzioni eque, non mero esecutore di sentenze binarie.

Voi cosa ne pensate? La deriva è arrestabile?

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La Giustizia Tributaria tra “eccentricità” decisionali e il bisogno di umiltà

Con un recente articolo il dott. MICHELE IAVAGNILIO Mulini a vento o giganti ha lamentato di “eccentriche” decisioni di alcune Corti di giustizia tributaria.

Ho già affrontato queste problematiche con almeno quattro diversi libri di "psicologia giudiziale" (Sigmund. La colpa si crea, Carl. La prova è una finzione, Erich. Il sistema è colpevole, La Giustizia. Un’illusione di equilibrio che oscilla tra vendetta e menzogna, comunque li trovate tutti qui).

Continuando nell’esercizio del dott. Iavagnilio, limitandomi al solo ultimo mese, potrei citare un paio di questioni ancora più “controintuitive”.

1 Principio del contraddittorio

Premessa maggiore: “Tutti gli atti autonomamente impugnabili dinanzi agli organi della giurisdizione tributaria sono preceduti, a pena di annullabilità, da un contraddittorio informato ed effettivo” (art. 6 bis, l 212/2000)

Premessa minore: Il presente atto impugnato davanti a codesta Corte non è stato preceduto dal prescritto contraddittorio

Conclusione: L’atto deve essere annullato

La corte: No, va bene che è prescritto il contraddittorio per “tutti gli atti autonomamente impugnabili dinanzi agli organi della giurisdizione tributaria”, ma gli accertamenti catastali “impugnabili dinanzi agli organi della giurisdizione tributaria” esulano dall’accezione di “tutti”.

2 Principio del ne bis in idem

Premessa maggiore: “Il contribuente ha diritto a che l’amministrazione finanziaria eserciti l’azione accertativa relativamente a ciascun tributo una sola volta per ogni periodo d’imposta” (art. 9 bis, l 212/2000)

Premessa minore: Il medesimo contribuente (Società X), per la medesima annualità d’imposta (anno 2020), per lo medesimo tributo (Tari), in relazione al medesimo bene (immobile sito in … alla via … con consistenza …), dalla medesima amministrazione finanziaria (comune di …) ha ricevuto 2 distinti accertamenti senza che il secondo sostituisse il primo

Conclusione: Il secondo atto deve essere annullato

La corte: No, è vero che si tratta di un bis in idem (stesso contribuente, stessa amministrazione finanziaria, stesso anno, stesso tributo, stesso periodo d’imposta), ma gli importi richiesti sono diversi.

È vero, le norme sono recenti, e forse abbisognano di un poco di “rodaggio” prima di entrare pienamente in vigore nelle aule di Giustizia. Forse occorre solo un po’ di tempo.

Ma questo è difficile a farlo digerire ai contribuenti che, intanto, hanno perso le cause.

Penso però che i problemi siano altri e più pervasivi.

1. DELL’UMILTÀ

Il primo è l’umiltà.

Non intesa nel senso comune, ma come forma di intelligenza (ho avuto modo di scriverne in L’Intelligenza. Una superstizione ci governa e in Erich. Il sistema è colpevole) cioè come capacità di accettare che abbiamo dei limiti, che siamo sottoposti a bias, fallacie, euristiche, rumori cioè a tutta una serie di meccanismi cognitivi che ci portano a decisioni sbagliate.

Bill Gates, replicando ad un’intervistatrice che le chiedeva perché dopo Windows e Office non era stato più in grado di creare nuovi software innovativi, rispose candidamente: “Perché sono diventato cretino”.

E spiegò che il successo lo aveva allontanato dal mondo reale (prima operava come qualsiasi ragazzo davanti ad un computer, aveva le sue stesse esigenze, capiva quali prodotti avrebbero potuto essere utili e li creava) e si era circondato da yes-men che gli rispondevano di sì a qualsiasi sua anche sballata affermazione ed aveva cominciato a sbagliare.

Con umiltà ha fatto un passo indietro, ha inserito nuovi manager nella azienda, affidato obiettivi e lui si è dato alla beneficenza.

Oggi Microsoft vale ben oltre 3.000 miliardi di dollari (l’equivalente del nostro debito pubblico).

Bill Gates ha donato oltre 100 miliardi di dollari tramite la Fondazione Bill & Melinda Gates, con l'impegno di devolvere quasi il 99% del suo patrimonio, circa 200 miliardi di dollari, entro il 2045, anno in cui la fondazione cesserà le attività.

Ecco un profondo bagno d’umiltà dovrebbe essere l’inizio di ogni igiene decisionale.

2. DEL SISTEMA BINARIO-RETTILIANO O DEL LETTO DI PROCUSTE PROCESSUALE E DEL NON LIQUET

Il secondo problema, soprattutto nel tributario, è che per inveterata consuetudine i giudizi vengono risolti, al 99%, o con l’accoglimento o con il rigetto (o con la cessata materia). Sì o no, condannato o assolto, accolto o rigettato, sono risposte automatiche che vengono dall’amigdala, dal residuo del cervello rettiliano.

Così si impoverisce il concetto di giurisdizione. Così le sentenze decidono, non giudicano. Così si attribuisce al giudicante lo jus vitae ac neci sui contribuenti, la vita o la morte (economica) del contribuente.

E ciò anche se la Corte di Cassazione ha da tempo affermato che il nostro è un giudizio di impugnazione-merito e non solo di impugnazione-legittimità.

3. DELLA MANCATA EVOLUZIONE DELLA GIUSTIZIA

Il terzo problema, e ci avviciniamo al cuore della questione, è che la giustizia, come sistema generale, è rimasta arretrata.

Insomma, la matematica e tutte le altre materie scientifiche, ma persino la musica e le arti o le scienze amministrative, godendo di una lingua universale (quella dei numeri, delle note, delle armonie, quella degli scambi culturali) si sono enormemente evolute.

Invece la giustizia, da Appio Claudio Cieco ad oggi, è rimasta millenni chiusa nei singoli ordinamenti nazionali, con proprie leggi locali, la propria dottrina locale, ecc. Serrata negli stretti spazi dei confini nazionali, impermeabile alle scoperte delle altre scienze, ha continuato a riprodursi per mitosi o, al più, per talee.

Al contrario di tutte le altre Pubbliche Amministrazioni dove vigono principi di partecipazione e trasparenza, nella Giustizia vediamo ancora i giudici e difensori avvolti nelle anacronistiche toghe (e parrucconi, in altri ordinamenti) che decidono nel segreto della camera di consiglio.

Ed in più, mentre nel resto delle Amministrazioni i provvedimenti vengono resi per “sintesi additiva” (ciascuna parte arricchisce la base istruttoria), nella giustizia (soprattutto tributaria) vige il principio della “sintesi sottrattiva”.

Basterebbe citare il modo in cui si formano le “prove” nel tributario:

(1) in primis esiste la realtà fenomenica effettuale (la “verità” di 1000 terabyte),

(2) questa viene trasfusa nella contabilità (la “verità contabile” di 1 gigabyte),

(3) che viene controllata dalla AF che la riporta in un PVC (di 100 megabyte),

(4) questo poi viene trasfuso in un accertamento (di 10 megabyte),

(5) il quale, impugnato, viene sostituito da una sentenza (di 1 megabyte).

La sentenza, a sua volta, non è la somma dell’arricchimento probatorio processuale, ma è la scelta di una tesi a danno di un’altra che resta tamquam non esset.

Così dunque si forma la cd. prova: la verità man mano perde autorevolezza (ossia smarrisce sempre più elementi di fatto) ma acquista sempre più autorità fino al giudicato che facit de albo nigrum (tutto riportato in Carl. La prova è una finzione).

Al contrario, si auspica che il momento del giudizio, sia la sintesi di tutto quanto emerga dalla istruttoria pre-processuale e processuale, lasciando persino le incongruenze irrisolvibili, senza forzature dettate dal desiderio di giungere sempre e comunque ad una decisione pur che sia. Insomma occorre evitare il letto di Procuste processuale ed accettare che, per tante vicende, non possa addivenirsi necessariamente ad una decisione, se non operando una forzatura nell’un senso o nell’altro.

Occorre, quindi, lasciare spazio al non liquet, quando esso è la soluzione più ragionevole.

4. DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E DELL'INTELLIGENZA UMANA E DELLA MITEZZA DEL DIRITTO

Arrivo quindi al quarto ed ultimo problema: l’intelligenza artificiale.

Si fa un gran parlare della pericolosità dell’avvento dell’intelligenza artificiale. ma forse il problema è l’opposto.

L’essere umano potrebbe dare qualcosa in più rispetto alle fredde macchine. Appunto, l’umanità.

Ma questo avviene?

La giustizia la vediamo rappresentata spesso bendata, con una bilancia e una spada. La bilancia è sparita e comunque non funziona. È rimasta solo la spada. E, ripeto, questo vale ancor di più nel tributario. Chiedetevi quand’è stata l’ultima volta che avete letto una sentenza diversa dal mero accoglimento, rigetto o cessata materia.

L’umanità del giudice dovrebbe dare quel qualcosa in più che Leopoldo Elia individuava nella mitezza del diritto. E invece le decisioni non sono mai miti: salvano o condannano.

Qualcuno pensa che ciò potrebbe acuirsi con l’avvento dell’intelligenza artificiale. Beh io conosco la vicenda personale di un soggetto che è stato condannato penalmente e, immessi tutti gli atti di causa in 5 distinte intelligenze artificiali, queste hanno tutte assolto l’imputato perché il fatto non sussiste.

5. CONCLUSIONI

Allora, in conclusione, ben venga l’intelligenza artificiale a sostituire i giudici?

No, come affermo nei miei libri, è la giustizia che deve ripensare se stessa.

Un sistema moderno non può mettersi alla mercé di bias, fallacie, euristiche e “rumori” dei giudici per decidere su questioni anche minime. Ma questo non significa abbandonare il giudice “umano”.

Abbiamo bisogno di una giustizia partecipata, trasparente, in cui il Giudice sia aperto alle prospettazioni delle parti ed alla complessità e persino alla illogicità della realtà fenomenica (in una parola, sia “umile”), ma sia anche il profondo conoscitore del diritto (terzo rispetto alle parti) che faccia da facilitatore per le soluzioni più eque, giuste e condivise tra le parti nell’ambito dell’ordinamento giuridico generale.