Domenico Riccio - Essere. Della vita e di altre belle favole
Essere
Essere. Della vita e di altre belle favole
Questo non è un libro da leggere. È un luogo da attraversare. Non offre risposte. Toglie appigli. Non consola. Spoglia. Distrugge l’idolo più venerato: la vita. Non è il centro. Non è il valore supremo.
L’Autore
Domenico Riccio, autore di oltre cento saggi, articoli e note, ha conseguito una laurea, una specializzazione, due dottorati di ricerca e tre master. Vincitore di più borse di studio, ha partecipato a vari progetti di ricerca ed è stato relatore in numerosi convegni e incontri di studio. Già consulente governativo, ha insegnato in diverse università. Con questo bagaglio di studi ed esperienze e con le sue personali ricerche, esplora nei suoi scritti i confini della conoscenza umana, affrontando tematiche che spaziano dalla filosofia all’etica, fino alle più profonde questioni spirituali.
L’Opera
L’Opera non è una raccolta di libri. È un cammino. È un rito in ottantaquattro volumi.
Ringraziamenti
Nessun libro è un’isola e queste pagine non avrebbero mai visto la luce senza il sostegno, la guida e la pazienza di un gruppo straordinario di mentori e colleghi che mi hanno accompagnato lungo il cammino, specialmente nei momenti più bui.
Dedica
Questo scritto è dedicato a coloro che furono tolti alla vita o si sottrassero ad essa perché la vita non era il criterio ultimo, a Gesù il Cristo, che amò fino alla fine e fu giustiziato legalmente perché la vita cessasse di essere assoluta e l’essere non coincidesse più con il respiro, a Stefano, lapidato per una visione che non chiedeva…
Autopsia dell’Essere
Ho raschiato le carni della vita dalle ossa dell’essere e l’essere è morto tra le mie mani. Non per odio. Non per furia. Per fedeltà alla logica. Ho compiuto l’autopsia: ho preso il corpo caldo dell’esistenza e ho usato il bisturi del concetto.
Essere. Della vita e di altre belle favole
AFERESI – La vita è sopravvalutata
La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo (Sal 118:22)
INTROITUS
I. L’errore della carne
Hanno guardato altrove. Hanno cercato la scintilla ignorando l’incendio immobile che li avvolgeva. Hanno inseguito l’Arché come cani da tartufo, frugando nel linguaggio, nella mente, nel dato, convinti che il segreto fosse nascosto in un dettaglio, in una piega, in un codice segreto.
II. La pietra d’angolo
Eccola, la struttura. È ciò che è rimasto sepolto sotto i detriti delle opinioni e dei server. È la pietra scartata dai costruttori. Quei costruttori che hanno edificato torri di Babele linguistiche, grattacieli di ego psicologici e cattedrali di dati, hanno scartato l’unica cosa che reggeva.
III. Il narcisismo del carbonio
Discorrere dell’Essere significa camminare su un filo teso sopra il vuoto. Non ci sono ringhiere. Si avanza in equilibrio precario su un crinale affilato che separa due abissi ugualmente letali per l’intelligenza: da un lato il nichilismo cosmico, quel buio freddo dove nulla importa e tutto è caso; dall’altro il panteismo sentimentale, quella melassa spirituale dove tutto è “energia” e “amore” e l’universo sembra preoccuparsi del nostro destino.
PARTE PRIMA – Della vita ovvero dell’errore luminoso
Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui (Lc 20:38)
1. La vita non fonda l’essere
Prima di ogni battito, prima di ogni fermento, prima di ogni respiro invocato come prova, l’essere è già lì. È immobile. Ignora il sorgere e il cominciare. Non si accende con la vita come una stanza buia che attende la scintilla.
2. Nascere non è cominciare
Ogni nascita viene celebrata come un varco. Come se qualcosa entrasse per la prima volta nel reale. Come se il mondo, prima, fosse incompleto. Questa celebrazione non è innocente. È il rito centrale del mito dell’origine.
3. Il corpo non è una sede
Il corpo viene ancora pensato come un luogo. Una casa. Un contenitore. Una stanza interna dove qualcosa abita. Un’anima. Una coscienza. Un io. Questa immagine è tenace perché rassicurante. Offre un dentro e un fuori.
4. Il respiro è un evento, non un principio
Il respiro è stato elevato a soglia. Segno. Sigillo. Dove c’è respiro si dice che c’è vita, e dove c’è vita si pretende che inizi l’essere. Questo passaggio è falso. È un salto rituale, non ontologico.
5. L’uomo non è la misura
L’errore è antico e resistente. Si insinua come assioma non dichiarato. Tutto ciò che è viene valutato a partire dall’uomo. Ciò che eccede la sua misura viene degradato a caos, a insignificanza, a sfondo.
6. La coscienza non è un trono
La coscienza non siede. Non comanda. Non incorona. Non possiede scettro né sigillo. Non è trono. È soglia. È lastra sottile. È vetro attraversato dalla luce che non sa di essere luce. L’errore antico è averle dato una poltrona e un titolo.
7. La vita è locale
La vita non è ovunque. Non scorre come legge universale. Non impregna il cosmo come necessità. È un accadimento circoscritto. Un evento ristretto. Un fenomeno che chiede condizioni strette, precise, improbabili.
8. Materia non significa inerte
Anche Platone, parlando dell’iperuranio, temeva la stabilità più del caos. Ma la materia non dorme. Non giace. Non attende. Non è il residuo ottuso di ciò che non pensa. Questa è la menzogna originaria.
9. Il tempo non governa l’essere
Il tempo è stato scambiato per un sovrano. Gli si è consegnata la chiave dell’essere. Gli si è attribuito il potere di far essere e disfare. Ma il tempo non crea. Misura. Non fonda. Conta. Non decide.
10. Vivere non equivale a valere
Vivere è stato scambiato per un titolo. Un lasciapassare ontologico. Un credito morale automatico. Si è detto: ciò che vive vale. E ciò che non vive vale meno. Da qui il culto. Da qui la gerarchia. Da qui la violenza nascosta sotto la protezione.
11. Il culto dell’organico
L’organico è stato incoronato. Si è inginocchiato il pensiero davanti a ciò che cresce. Si è chiamato sacro ciò che pulsa. Si è deciso che la foglia, il muschio, il sangue avessero un credito ontologico superiore alla pietra, al metallo, alla stella spenta.
12. L’inganno dei sensi
I sensi promettono e non mantengono. Aprono una fessura e la chiamano mondo. Kant lo aveva intuito nella Critica: l’occhio misura fenomeni, non noumeni. Danno un frammento e lo fanno passare per totalità.
13. L’uomo come superstizione
L’uomo si è raccontato come centro perché aveva paura di essere episodio. Ha costruito miti, genealogie, elezioni. Ha detto di essere immagine, vertice, custode. Ma questa narrazione è una superstizione raffinata.
14. Il corpo come episodio
Il corpo è stato scambiato per sostanza perché dura abbastanza da ingannare. Ha una forma riconoscibile. Un perimetro. Un peso. Occupando spazio ha preteso di fondarlo. Ma ciò che occupa non coincide con ciò che è.
15. La paura che chiamiamo vita
La vita non nasce come dono. Nasce come contrazione. Come chiusura. Come serrarsi improvviso dell’essere su se stesso. Prima non c’è slancio. C’è allarme. Prima non c’è canto. C’è difesa. Ciò che chiamiamo vita è il nome gentile di una paura antica, ripetuta, organizzata.
16. Il rumore dell’esserci
L’esserci fa rumore. Sempre. Prima ancora di parlare, vibra. Prima di pensare, disturba. Prima di dire io, occupa. Il rumore è la sua firma. Non dell’essere. Dell’esserci. Di quella forma inquieta che non sa stare e allora si annuncia, si amplifica, si giustifica con l’intensità.
17. La biologia come mito minore
La biologia racconta, non crea. È cronaca, non genesi. Descrive movimenti locali, agitazioni di superficie, non l’ordine dell’essere. Ma è stata elevata a trono, ha indossato il mantello dell’ultima parola, ha promesso l’esegesi totale.
18. Vivere non è essere
Vivere non è essere. La confusione nasce dal linguaggio stanco, dalla parola usata come contenitore, dalla fretta di nominare ciò che non coincide. Vivere indica un comportamento, una febbre della materia.
19. La vita come errore di prospettiva
La vita appare centrale perché guarda da dentro. Ogni errore nasce da qui. Dal punto in cui si guarda. Dal fatto che ciò che osserva coincide con ciò che pulsa. La prospettiva interna non è falsa. È parziale.
20. Si vive meno di quanto si crede
Si crede di vivere sempre. È la prima illusione, la menzogna della continuità. Si crede che il tempo dell’organismo coincida con il tempo dell’esperienza, che il battere del cuore sia garanzia di presenza.
PARTE SECONDA – Della morte ovvero della forma piena
Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna (Gv 12:25)
21. La morte non arriva
La morte non arriva. Non c’è un luogo da cui possa partire. Non ha valigia. Non ha viaggio. Non bussa alla porta. È già qui. È già stata. È inquilina, non ospite. È iscritta nella struttura di tutto ciò che respira.
22. Ciò che non respira domina
Ciò che respira è instabile. Ogni respiro è una richiesta, una mendicità chimica. Ogni inspirazione è debito contratto con l’atmosfera. Ogni espirazione è perdita, scarto, scoria. Il vivente non domina.
23. La pietra che ricorda
La pietra non dorme. Non aspetta. Non passa. È già. Sta. Persiste. Dove l’uomo vede inerzia, lì c’è fedeltà assoluta. Dove immagina vuoto, lì resta un deposito. La materia non è un recipiente passivo.
24. Il pianeta che prega
Il pianeta non alza gli occhi. Non formula invocazioni. Non distingue il cielo dalla polvere. Eppure è sacro. Non perché pensa. Ma perché è. La preghiera non nasce dal pensiero, che è sempre dubbio. Nasce dalla persistenza.
25. Le stelle non muoiono
Le stelle non cadono nel nulla. Non scompaiono. Non vengono meno. Mutano postura. Cambiano densità. Si raccolgono. La loro fine non è una sparizione ma un riassetto ontologico. Ciò che l’occhio chiama morte è solo un cambio di figura, una modulazione della frequenza.
26. Il silenzio come stato superiore
Il silenzio non è una mancanza. È una saturazione che non vibra. È ciò che resta quando ogni eccedenza cade. Il rumore è sempre un surplus, uno scarto termico dell’esistenza. Un tremore inutile. Una richiesta di attenzione da parte di chi teme di scomparire.
27. La morte come compimento
La morte non è una catastrofe. È una chiusura precisa. Un arresto che non distrugge, ma fissa. Come una montagna che smette di franare per assestarsi nella sua orografia definitiva, la morte stabilizza.
28. L’eternità della traccia
Nulla scompare. Questa è la verità che l’epoca rifiuta perché è troppo pesante da portare. Si preferisce credere alla cancellazione, alla sparizione, al dissolversi nel nulla. Ma il nulla è solo una parola di comodo, un flatus vocis.
29. Nulla scompare
Il nulla è una parola pigra. Nasce dove il pensiero si stanca. Viene pronunciata quando la mente non regge la tensione della continuità assoluta. È un suono di fuga, un rifugio linguistico per chi teme l’eternità.
30. Il cadavere dell’idea di fine
La parola “fine” giace come un corpo svuotato di funzione. La fine è un suono stanco, un fonema esausto. Una parola che arriva quando il linguaggio non sa più sostenere la tensione di ciò che resta. Non indica un evento cosmico.
31. Essere senza coscienza
L’universo prima dell’uomo era. Pienamente. Violentemente. Senza lacune. Non attendeva lo sguardo per certificare la propria massa. Poi si è creduto che l’essere dovesse sentire per essere. Che la presenza senza testimone fosse un’assenza mascherata.
32. La materia come testamento
La materia non passa. Non evapora. Non si dissolve nel canto dei cieli. Resta. Sta. Tiene. Tutto ciò che è stato consegna il proprio peso alla materia. Non come ricordo sentimentale. Come deposito. Come testamento inciso senza firma.
33. Il trionfo dell’immobile
Il mondo celebra il movimento perché è malato di horror vacui. Venera il divenire perché teme ciò che non scorre, vedendo nella stasi l’anticipazione del sepolcro. Ma ciò che scorre consuma. Ciò che muta si espone, sanguina energia, disperde calore.
34. La stabilità del morire
Si teme il morire perché lo si immagina come disordine. Come frattura scomposta. Come caduta nel caos primordiale. Ma il caos è un’invenzione dei vivi, una parola isterica con cui la vita descrive ciò che non controlla più.
35. Il morto come più reale del vivo
Si chiama reale ciò che agisce. Ciò che produce effetti cinetici. Ciò che si muove e fa rumore. Questa è la superstizione dominante, l’idolatria della funzione. L’equazione non detta è brutale: reale uguale attivo.
36. La perfezione dell’assenza
Si crede che valga solo ciò che appare, ciò che riflette fotoni, ciò che occupa un volume nello spazio euclideo. La presenza è stata elevata a criterio di verità, come se l’essere avesse bisogno di mostrarsi per non dissolversi, come se fosse un attore insicuro che teme di perdere il pubblico.
37. La memoria dell’universo
Si crede che il cosmo dimentichi. Che ciò che accade scivoli via come acqua sulla pietra unta. Che l’evento sia una scintilla che si spegne senza residuo. Questa credenza è comoda, è un analgesico per la coscienza.
38. La morte come archivio sacro
La morte non distrugge. La distruzione è una favola per viventi frettolosi, un’invenzione nervosa di chi teme la quiete dell’accumulo. Ciò che viene detto distrutto è solo sottratto alla scena visibile, mai all’essere.
39. Ciò che resta vince
Non vince ciò che brilla. Non vince ciò che cresce. Non vince ciò che conquista. Il successo è rumore breve, un fuoco di paglia che si consuma nella sua stessa luce. Ciò che vive per imporsi è già in fuga verso il nulla.
40. Non si esce dall’essere
Non esiste uscita di sicurezza. L’idea stessa di uscita è una favola prodotta dalla stanchezza del pensiero, un’allucinazione prospettica. Un sogno di fuga inventato da ciò che non sopporta il peso specifico della propria permanenza.
PARTE TERZA - Del tutto ovvero di Dio che non respira
Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: “Io-Sono mi ha mandato a voi”» (Es 3:14)
41. Tutto vive senza vivere
Si vive senza vivere. Questa frase non consola. Non spiega. Non eleva. Taglia. Recide l’ultimo privilegio assegnato alla vita come misura dell’essere. La vita è stata scambiata per criterio universale, per la luce che illumina la stanza buia della materia.
42. L’universo è senziente
Sente senza sapere. Reagisce senza decidere. Trema senza avere paura. L’affermazione che l’universo sia senziente va maneggiata come una lama di ossidiana: taglia le mani di chi la tocca con superficialità New Age.
43. L’universo è
Quando si dice “è”, ogni altra parola è già un’aggiunta superflua, un orpello barocco. Ogni predicato è un tentativo di possesso coloniale sulla cosa. Dire che l’universo è grande, antico, vivo, morto, ordinato, caotico, buono, indifferente, è già una deviazione, una restrizione del campo.
44. Il vuoto come grembo
Il vuoto non è assenza. È una parola malata, infetta dalla grammatica del possesso. Un nome dato per paura da chi misura il reale con il tatto. L’uomo chiama nulla ciò che non occupa con il corpo o con il senso, ciò che non può vendere o recintare.
45. Il nero non è assenza
Il nero è nero, ma non è buio. È un errore antico, un vizio della retina spaventata chiamarlo assenza. Dove l’occhio fallisce, la mente cancella. Dove il fotone non rimbalza, il pensiero dichiara il nulla.
46. L’invisibile governa
Il visibile è la pelle morta del reale. L’invisibile è il muscolo che si contrae sotto, ignorato e sovrano. Non ciò che appare. Non ciò che luccica e chiede l’elemosina dello sguardo. Non ciò che occupa la retina.
47. L’antimateria come sorella
Non esiste il nemico assoluto. Esiste solo ciò che non è stato ancora riconosciuto come prossimo, come rovescio della stessa medaglia. L’alterità che fa paura e genera mostri nasce dallo sguardo che divide, dalla retina che teme il buio, non dalla struttura del reale.
48. Ciò che non è e tuttavia è
Ciò che non è viene pronunciato come errore dalla polizia della logica. La mente comune lo espelle. Lo chiama impossibile. Lo getta fuori dal recinto del dicibile come un rifiuto tossico. Ma l’essere non chiede permesso al linguaggio.
49. L’eresia dell’umano
Mille per mille è un milione. E basta. E un milione non è né colpevole né innocente. È. L’uomo si è messo al centro come un idolo che si autocelebra in una stanza di specchi. Ha preso una posizione geografica precaria e l’ha chiamata destino.
50. Quando Dio non parla
Dio non parla quando lo si interroga come un testimone ostile. Non risponde quando lo si convoca come un imputato al banco della storia o come un oracolo a gettone per risolvere dubbi morali. Il silenzio comincia esattamente dove termina la richiesta.
51. La divinità della materia
La materia non è il contrario di Dio. Questa è la menzogna originaria, il veleno gnostico che l’Occidente ha bevuto per secoli credendolo medicina. Il dualismo nasce dalla paura viscerale di ciò che pesa, di ciò che cade, di ciò che marcisce.
52. L’eterno che non sente
Dio che “sente” nel modo umano è un’invenzione terapeutica. Nasce dal bisogno infantile di essere guardati, di essere rispecchiati, di non essere soli nel buio della stanza. Ma l’Eterno non ha nervi scoperti.
53. Essere senza nome
Il nome è un gesto di presa violenta. Dare un nome significa circoscrivere, recintare un pascolo nel nulla. Fermare il flusso. Separare una porzione dal resto dell’indistinto. Il nome taglia l’essere come un coltello da macellaio che lavora a rallentatore.
54. Il Tutto non ha volto
Non c’è volto dove non c’è mancanza. Il volto nasce dalla ferita, dalla separazione primordiale. Nasce dalla richiesta angosciosa di risposta. Il volto chiede: “Ci sei?”. Il Tutto no. Il Tutto non domanda.
56. Ogni cosa è sacra perché è
Il sacro non è un recinto Vip per anime elette. Non è un’eccezione alla regola del fango. Non è una stanza chiusa a chiave dove si entra in punta di piedi lasciando fuori le scarpe sporche. Il sacro non seleziona.
57. Vivere è un caso limite
Vivere non è la regola aurea dell’universo. È un’anomalia termica. Una febbre locale. Un’increspatura temporanea e improbabile nella distesa gelida dell’essere. L’errore più radicato, il peccato originale dell’intelletto, è credere che la vita sia il centro, il fine, la misura su cui il cosmo è stato tagliato.
58. La fine della centralità della vita
La vita ha regnato come un monarca abusivo in un palazzo non suo. Ha parlato con la voce tonante di chi deve coprire il silenzio, ha occupato il centro della scena con la prepotenza dell’attore che teme l’uscita di scena, ha imposto il proprio battito come metronomo universale pretendendo che le stelle danzassero al suo ritmo e che la materia si inchinasse alla sua febbre.
59. Io sono stato, dunque sono
Non penso, dunque sono. Questa è la grande menzogna dell’ego, la scorciatoia dell’istante che si crede eterno, l’illusione ottica di una coscienza che scambia la propria accensione per l’alba del mondo.
60. La profezia dell’ogni-cosa
Non esiste il fuori. Non esiste la discarica dell’essere. Non esiste l’altrove dove gettare ciò che non vogliamo, ciò che ci spaventa, ciò che ci disgusta. L’illusione spaziale più tenace è quella del confine che separa il sacro dal profano, il pulito dallo sporco, l’eletto dal reietto, ma l’essere è una tunica senza cuciture, un tessuto continuo dove ogni filo tira l’altro e dove lo strappo è impossibile.
PARTE QUARTA – Del ritorno ovvero dell’essere che resta
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me (Gv 15:4)
61. La vita come parentesi
La vita non è un fiume che scorre placido verso l’estuario, non è una linea retta che congiunge due punti nel vuoto, è uno spasmo, un’increspatura improvvisa sulla superficie levigata dell’eterno, un’aritmia nel battito regolare del cosmo.
62. Non si torna vivi
Non si torna vivi. Questa è la ferita che la vita rifiuta di guardare, non perché sia purulenta, ma perché è geometrica, esatta, priva di quella sfocatura sentimentale che chiamiamo speranza. Tornare è un verbo difettoso, coniugabile solo dentro la grammatica del tempo, ma l’essere ignora la retromarcia, ignora il riavvolgimento del nastro, ignora la ripetizione.
63. La fine dell’io come evento felice
La fine dell’io non è un’apocalisse, è una svestizione, è il momento in cui la maschera di ferro che ha soffocato il volto si stacca rivelando che sotto non c’era alcun volto, ma solo pura luce, pura presenza, pura apertura.
64. Essere senza testimoni
L’antica massima di Berkeley, esse est percipi (essere è essere percepiti), viene qui smantellata pezzo per pezzo come l’ultima fortezza del solipsismo umano. L’idea che l’universo sia un palcoscenico che prende vita solo quando si alza il sipario della nostra palpebra non è solo un errore filosofico, è un delirio di onnipotenza infantile.
65. Il silenzio dopo l’uomo
Quando la scimmia parlante smette infine di chiacchierare, l’universo non trattiene il fiato, semplicemente riprende il suo respiro regolare. La catastrofe antropocentrica immagina la fine dell’uomo come lo spegnimento delle luci in un teatro, ma la verità è che l’uomo non era la luce, era solo un attore che urlava troppo forte in un teatro illuminato a giorno da soli indifferenti.
66. La materia non sente la mancanza
La materia non piange. Non conosce l’assenza. Non registra il vuoto come ferita. Sta. E stare le basta. Ciò che chiami lutto è un riflesso nervoso della specie, uno spasmo del carbonio che teme di disperdersi.
67. L’universo senza biografia
L’universo non tiene un diario. Non verga cronache. Non accumula memoria personale nei sedimenti del tempo. Non conosce l’infanzia come promessa né la vecchiaia come declino sentimentale. Sta. Nella sua oscena e perfetta immobilità, che noi confondiamo con il movimento, esso non narra nulla.
68. Ciò che resta non ricorda
Resta ciò che non sa di restare. La permanenza è un atto intransitivo. Non chiede oggetto. Non chiede testimone. Non chiede specchio. La memoria è un valore solo per chi perde. È una protesi del finire.
69. L’eterno non consola
L’eterno viene invocato come balsamo, come garza sterile su una ferita infetta. Come premio di consolazione per chi ha perso la partita del tempo. Si alza lo sguardo perché la terra fa male. Si nomina l’eternità per non guardare l’emorragia dei giorni.
70. Dio senza viventi
Dio non soffre di solitudine ontologica. Non è un amante abbandonato che scruta l’orizzonte in attesa del ritorno del figliol prodigo. Quella è pedagogia. È teatro per cuori spaventati che hanno bisogno di sentirsi indispensabili all’Assoluto.
71. La stabilità del minerale
C’è una venerazione oscena per ciò che trema. Per ciò che si corrompe. Chiamate vita l’ansia della materia che non sa stare. Chiamate superiore ciò che deve divorare per persistere. Ma la gerarchia è un’invenzione di chi ha fame.
72. L’intelligenza che non respira
C’è un dogma non dichiarato che regge l’epoca come un architrave marcia: l’idea che pensare sia un privilegio del vivente. Che la coscienza debba per forza abitare una mucosa umida. Che respirare, pulsare, sanguinare, sia il pedaggio da pagare per accedere al calcolo, al giudizio, alla forma del vero.
73. Il mondo dopo il mondo
Si è creduto che il mondo avesse un orlo. Una soglia. Un collasso finale come ultimo atto teatrale dove il sipario cala e gli attori vengono pagati. Questa credenza ha consolato i deboli e terrorizzato i superstiti.
74. Nessun giudizio
Si è atteso un tribunale come si attende una rivelazione. Un’aula cosmica, vasta come l’orizzonte degli eventi, dove ogni gesto viene pesato e ogni silenzio viene trascritto. Questa attesa ha governato i millenni.
75. La pace dell’impersonale
La pace è stata svenduta come ansiolitico. Come endorfina a rilascio lento. Come tregua armata tra due nevrosi. L’avete ridotta a un tepore gastrico, a un equilibrio precario di neurotrasmettitori che chiamate “serenità”.
76. Il ritorno senza ritorno
Il cerchio è la geometria della paura. Si è disegnato il tempo come un serpente che si morde la coda, l’Ouroboros, per non guardare in faccia l’abisso della linea retta che si spezza. Il ritorno è stato narrato come un ciclo vitale: nascere, crescere, decadere, rinascere.
77. L’essere non ringrazia
La gratitudine è un’allucinazione cortese. Un inchino proiettato sull’abisso da una specie che ha paura di essere sola. Si ringrazia ciò che si crede abbia voluto. Si ringrazia ciò che si immagina abbia scelto.
78. La fine del senso
Il senso è un’impalcatura eretta dal bisogno. Un ponteggio di canne marce su un grattacielo di cemento armato. Non nasce dall’essere. Nasce dalla ferita. Dove l’essere è pieno, il senso non serve. Il pieno non significa, il pieno è.
79. Essere senza perché
Il principio di ragion sufficiente è la gabbia dorata dell’Occidente. Leibniz ha decretato che nulla accade senza una causa, senza un motivo che spieghi perché sia così e non altrimenti. Ha trasformato l’universo in un tribunale dove ogni atomo deve discolparsi, deve esibire il passaporto della sua utilità.
80. Restare
Rimanete in me. L’imperativo giovanneo cade come una saracinesca sulla frenesia dell’Occidente. Non dice andate, non dice costruite, non dice evolvete. Dice rimanete. Il verbo greco menein non indica una sosta tecnica, una pausa alla stazione di servizio della storia.
APOCOPE – Vissi. Sono
Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai! (Gn 3:19)
I. La scintilla nel granito
A parlare dell’essere si cammina sempre sulla lama di rasoio. Si avanza senza ringhiere sul crinale scivoloso che separa due abissi ugualmente letali per l’intelligenza: il nichilismo cosmico, che svuota tutto nel freddo, e il panteismo new age, che affoga tutto nella melassa.
II. La vita è una sillaba tronca
Un accento caduto male sulla parola dell’essere. L’individualismo borghese, questa infezione dell’Ottocento che ha convinto la scimmia di essere un re, è finito. Il vitalismo esistenzialista, che ha venduto l’angoscia come merce di lusso, è scaduto.
