Domenico Riccio - Polifemo
Polifemo
Polifemo. L’ignoranza è una caverna senza uscita, la saggezza un labirinto senza fine
L’Ignoranza di Polifemo è un viaggio nel pensiero di un gigante, una sfida alla logica, una danza sull’orlo del paradosso. Ulisse è prigioniero nella caverna del ciclope. Deve guadagnare tempo, inventare stratagemmi, trovare la via di fuga.
L’Autore
Domenico Riccio, autore di oltre cento saggi, articoli e note, ha conseguito una laurea, una specializzazione, due dottorati di ricerca e tre master. Vincitore di più borse di studio, ha partecipato a vari progetti di ricerca ed è stato relatore in numerosi convegni e incontri di studio. Già consulente governativo, ha insegnato in diverse università. Con questo bagaglio di studi ed esperienze e con le sue personali ricerche, esplora nei suoi scritti i confini della conoscenza umana, affrontando tematiche che spaziano dalla filosofia all’etica, fino alle più profonde questioni spirituali.
L’Opera
L’Opera non è una raccolta di libri. È un cammino. È un rito in ottantaquattro volumi.
Polifemo
Premessa dove si racconta che l’ignoranza è un mostro con un solo occhio, ma con mille bocche, e che la verità è una bestia troppo piccola per essere vista
C’è un’isola nel mezzo del mare, più solitaria di un naufrago, più immobile di un dio scolpito nella pietra. Su quell’isola, nascosta tra le rocce e il vento salmastro, si apre una caverna profonda come la gola di un abisso.
Parte I – L’ignoranza che si ignora
Fino a che punto può sprofondare la mente?
Polifemo sedeva al centro della caverna come una montagna caduta dal cielo, il suo unico occhio fisso su Ulisse con un’aria di sfida e di trionfo. Parlava con la voce di un tuono intrappolato tra le pareti di roccia, con la sicurezza di chi non ha mai messo in dubbio nulla di ciò che sa, e ancor meno si è mai chiesto cosa non sa.
Del perché il mare è asciutto e altre verità sconosciute ai marinai
Ulisse si schiarì la voce, come se la domanda che stava per porre fosse la più importante mai pronunciata da labbra umane. Sapeva che non lo era. Sapeva che qualunque domanda sarebbe stata come gettare un sasso in un pozzo senza fondo, aspettando di sentire un tonfo che non sarebbe mai arrivato.
La capra che conta fino a due: un trattato di matematica ciclopica
Ulisse si passò una mano sulla fronte, fingendo un interesse che non provava, ma che era diventato necessario per sopravvivere. Il Ciclope, dopo aver finito di sbranare l’ultimo malcapitato della sua ciurma, sembrava di buon umore.
Come il fuoco si raffredda e perché i filosofi non lo capiscono
Ulisse fissò il fuoco che danzava davanti a lui, le fiamme che si allungavano verso l’alto come lingue affamate, divorando il legno con un crepitio irriverente. Sapeva che il tempo stringeva, che la sua mente doveva essere più veloce delle mani di Polifemo, ma c’era qualcosa di ipnotico in quella fiamma, qualcosa che gli ricordava le parole senza senso del Ciclope: si muoveva, cambiava, divorava, eppure rimaneva sempre sé stessa.
L’arte di chiudere gli occhi per vedere meglio
Ulisse sospirò, guardando il Ciclope. Il gigante era seduto con le gambe incrociate, un gomito appoggiato sul ginocchio e la testa massiccia inclinata di lato, come se stesse ascoltando qualcosa di lontano, qualcosa che solo lui poteva sentire.
I venti soffiano perché hanno fame: metafisica dell’aria
Ulisse osservava le pareti della caverna, incise dal tempo e dall’odore acre delle bestie, e si chiedeva quanto ancora avrebbe potuto sostenere quella conversazione prima che Polifemo decidesse di smettere di parlare e iniziare a mangiare.
La montagna più alta del mondo è quella che non si vede
Ulisse si appoggiò a una roccia, cercando di raccogliere le forze. La caverna era immersa in una penombra densa, tagliata solo dal riverbero del fuoco che tremolava sul volto di Polifemo. Il Ciclope sembrava assorto nei suoi pensieri, il suo unico occhio perso nel vuoto, come se stesse scrutando un orizzonte che nessun altro poteva vedere.
Dio esiste perché io sono grande: teologia polifemica
Ulisse si strofinò il mento, osservando Polifemo. Il Ciclope era seduto con la schiena contro la parete della caverna, le braccia incrociate sul petto possente, il suo unico occhio fisso su qualcosa che non c’era.
Se un sasso cade verso il basso, è perché vuole farlo
Ulisse si sistemò su una roccia, fissando il Ciclope che intanto si stava pulendo i denti con l’osso di qualche sfortunato animale. L’aria nella caverna sapeva di bestiame e di sale, di chiuso e di vastità.
Ulisse, ti spiego come sei nato e perché non lo sai
Ulisse si aggiustò il mantello sulle spalle e guardò Polifemo. Il Ciclope era seduto con la schiena contro la parete della caverna, le gambe distese come tronchi d’albero abbattuti, il fuoco che tremolava nel riflesso del suo unico occhio.
Il sole tramonta perché si annoia: cosmologia elementare
Ulisse si passò una mano sulla fronte sudata. Il fuoco della caverna gettava ombre tremolanti sulle pareti rocciose, mentre Polifemo, seduto con le gambe incrociate, lo fissava con il suo occhio unico, immenso e insondabile.
Parte II – L’ignoranza che dubita
Il mondo è più complesso, ma la confusione genera paradossi
Polifemo era seduto al centro della caverna, come sempre, ma qualcosa nel suo sguardo era cambiato. Il grande occhio, che fino a quel momento aveva osservato il mondo con la certezza di chi non si pone domande, ora sembrava velato da un’ombra impercettibile.
Forse il mare è bagnato, ma solo quando nessuno lo guarda
Ulisse si passò una mano sulla fronte, lasciando che lo sguardo vagasse verso l’uscita della caverna. Là fuori, il mare respirava piano, illuminato appena dal riverbero delle stelle. Ondeggiava lento, come un animale addormentato, e per un istante gli parve immobile, come se la sua stessa esistenza fosse in dubbio.
Il tempo è un animale che corre e si ferma quando ha sete
Ulisse si massaggiò le tempie. Troppo tempo passato ad ascoltare le parole del Ciclope gli aveva confuso la mente. Eppure c’era qualcosa, in quella rozza filosofia, che lo inquietava più di quanto avrebbe voluto ammettere.
La notte è il giorno travestito: teoria del buio
Ulisse si sedette su una roccia liscia all’ingresso della caverna, fissando il cielo. Era notte. O almeno così si diceva. Il cielo era nero come il fondo di un pozzo, punteggiato qua e là di stelle, ma Ulisse sapeva bene che quello stesso cielo, solo qualche ora prima, era stato azzurro.
Il pesce e l’uccello sono la stessa cosa, ma uno mente meglio
Ulisse fissava il ciclope con un misto di esaustione e curiosità. Dopo tutto quel tempo passato ad ascoltare i suoi sproloqui, avrebbe dovuto smettere di farsi domande, eppure non poteva evitarlo. C’era una logica perversa nelle parole di Polifemo, un equilibrio assurdo che si sosteneva su pilastri invisibili, ma solidi.
Tutto ciò che non conosco non esiste, oppure è più reale di me?
Ulisse si massaggiò le tempie. Parlare con Polifemo era come cercare di trattenere l’acqua tra le dita: più si sforzava di afferrarne il senso, più gli sfuggiva via. Eppure, c’era qualcosa di ipnotico, di oscuro e irresistibile nelle sue parole.
Gli uomini piccoli hanno cervelli grandi e viceversa, ma solo di giovedì
Ulisse si appoggiò alla parete della caverna, lasciando scorrere lo sguardo sul ciclope che, con la lentezza di un bue sazio, stava ancora riprendendo fiato dopo la sua sfuriata. Parlare con Polifemo era come remare controcorrente in un fiume che scorre in tutte le direzioni contemporaneamente.
Forse i pensieri esistono, ma chi li ha inventati?
Ulisse si passò una mano sulla fronte, cercando di capire se fosse più la fatica del viaggio o quella del dialogo con Polifemo a pesargli sul capo. Parlare con il ciclope era come camminare su un pavimento di specchi: ogni passo sembrava condurre avanti, ma in realtà portava in una direzione imprevista, mentre il riflesso della logica si deformava e si piegava in modo imprevedibile.
Ulisse, ti spiego perché la verità cambia forma quando la guardi
Ulisse si sedette su una roccia levigata, osservando Polifemo con l’aria di chi attende l’ennesimo enigma. Il ciclope stava masticando lentamente un pezzo di carne di pecora, il grasso gli colava sulle dita immense, e ogni suo morso sembrava l’eco di una montagna che franava.
La caverna è il centro dell’universo, ma il centro è ovunque
Polifemo sbuffò, con un sospiro che fece tremare le pareti della caverna come il respiro di un vulcano addormentato. Poi batté la mano enorme sulla roccia accanto a lui, facendo saltare qualche frammento di pietra.
Se parlo e nessuno capisce, significa che sono il più saggio?
Polifemo si grattò la testa, il suo unico occhio fisso sul vuoto, come se cercasse di afferrare un pensiero che gli sfuggiva sempre un passo più in là. Il suono del mare, lontano, rimbombava nella caverna come un animale addormentato che respirava piano, senza fretta.
Parte III – L’ignoranza che crede di sapere
Polifemo diventa convinto di aver raggiunto la saggezza assoluta e Ulisse vede il gigante trasformare la confusione in certezza
Polifemo sedeva al centro della caverna come sempre, ma non era più lo stesso. Il suo occhio unico, che un tempo si posava sul mondo con la sicurezza di chi non ha mai dubitato, ora brillava di una nuova luce.
Ho capito tutto: la verità è un cerchio che non si chiude
— Ho capito tutto, Nessuno. Polifemo si batté il petto con orgoglio, il suono sordo della sua mano gigantesca riecheggiò nella caverna. Non c’era esitazione nella sua voce, non c’era più ombra nel suo occhio spalancato.
Il mio occhio vede più di due, perché uno basta
— Il mio occhio vede più di due, Nessuno. Perché uno basta. Polifemo parlava con la sicurezza di chi non ha mai avuto bisogno di contare per capire. Il suo occhio solo, spalancato come una finestra sul mondo, sembrava farsi ancora più grande, quasi divorando la luce incerta della caverna.
Ulisse, ti spiego perché la tua astuzia è stupida e la mia stupidità è astuta
— Ulisse, ti spiego perché la tua astuzia è stupida e la mia stupidità è astuta. Polifemo si accovacciò con un tonfo sordo, facendo tremare la caverna. Il suo occhio solo si strinse in una fessura, non perché avesse bisogno di concentrarsi — lui non aveva mai avuto bisogno di farlo — ma perché voleva che le sue parole sembrassero più pesanti, più definitive.
Se il destino esiste, allora l’errore è una scelta giusta
— Se il destino esiste, allora l’errore è una scelta giusta. Polifemo si massaggiò il mento con la mano enorme, facendo scricchiolare la pelle tesa e ruvida come la corteccia di un albero millenario. L’idea si era incastrata da qualche parte tra le pieghe della sua mente e ora la stava masticando, assaporando, come faceva con le ossa degli arieti che rompeva tra i denti per succhiarne il midollo.
Chi non conosce la paura è perché non conosce niente: elogio del terrore
Polifemo si passò la lingua sulle labbra screpolate e si chinò leggermente in avanti, come un’enorme rupe che minacciava di crollare sul mare. Il suo occhio solitario fissava Ulisse con un’intensità che avrebbe fatto tremare anche il più coraggioso dei guerrieri.
Mangiare o non mangiare? Questo è il dilemma solo per chi ha fame
Polifemo si accarezzò la pancia con la mano grande come un tronco d’ulivo. La caverna attorno a lui era immersa nella penombra, e il fuoco al centro danzava pigramente, gettando ombre distorte sulle pareti rocciose.
L’acqua è asciutta, il fuoco è freddo e io sono saggio
Polifemo sedeva sulla roccia più grande della sua caverna, le gambe larghe come due tronchi d’ulivo divaricate davanti al fuoco che languiva nel suo ultimo respiro. Il ciclope si batteva il petto con la mano, emettendo suoni gutturali di soddisfazione, come se avesse appena pronunciato la frase più intelligente della sua vita.
Il sapere uccide l’ignoranza o la rende più forte?
Polifemo batté il piede sulla terra con la forza di un tuono che scuote il cielo. La caverna tremò leggermente, come se essa stessa fosse incerta su cosa fosse vero e cosa no. Il ciclope si grattò la testa con una mano che avrebbe potuto stritolare un masso, e il suo occhio solitario si strinse, rivolgendosi a Ulisse con un’espressione che, per la prima volta, conteneva un lampo di esitazione.
Ulisse, se non fossi io, chi sarei?
Polifemo si passò una mano sulla barba ispida e incrostata di briciole, il suo occhio solitario fisso su Ulisse con una gravità quasi innaturale. Il fuoco tremolava alle loro spalle, proiettando ombre che si deformavano sulle pareti della caverna come fantasmi di pensieri inespressi.
La verità è troppo piccola per il mio occhio
Polifemo sedette sul masso più grande della caverna, il suo trono di pietra informe, scavato dalla sola abitudine. Il fuoco gettava ombre tremolanti sul soffitto roccioso, e il ciclope scrutava Ulisse con quell’unico, enorme occhio che sembrava ingoiare il mondo in un solo sguardo.
L’ultima verità
Polifemo sedeva immobile sulla soglia della caverna, il vento della notte che gli accarezzava la pelle ruvida, il mare che respirava lento laggiù, sempre presente, sempre uguale, sempre incomprensibile.
