Domenico Riccio - Pilato
Pilato
Pilato. La condanna dell’indifferenza
Ponzio Pilato non ha fatto nulla. Ed è esattamente questo il problema. Non ha odiato, non ha amato, non ha creduto, non ha combattuto. Ha solo lasciato che il mondo scorresse, immobile, impassibile, perfetto ingranaggio della grande macchina dell’Impero.
L’Autore
Domenico Riccio, autore di oltre cento saggi, articoli e note, ha conseguito una laurea, una specializzazione, due dottorati di ricerca e tre master. Vincitore di più borse di studio, ha partecipato a vari progetti di ricerca ed è stato relatore in numerosi convegni e incontri di studio. Già consulente governativo, ha insegnato in diverse università. Con questo bagaglio di studi ed esperienze e con le sue personali ricerche, esplora nei suoi scritti i confini della conoscenza umana, affrontando tematiche che spaziano dalla filosofia all’etica, fino alle più profonde questioni spirituali.
L’Opera
L’Opera non è una raccolta di libri. È un cammino. È un rito in ottantaquattro volumi.
Pilato
Il demone sottile
Non è l’odio a distruggere il mondo. Non è la rabbia, non è la vendetta, non è la crudeltà. Sono tutte forze potenti, certo, tutte capaci di lasciare una scia di dolore e rovina dietro di sé. Ma almeno sono vive. L’odio è fuoco, la rabbia è tempesta, la vendetta è lama affilata.
Parte I – L’abitudine all’indifferenza
Nato per non scegliere
Si nasce, e non si sceglie dove. Si cresce, e non si sceglie come. Pilato nacque, crebbe, fece quello che doveva fare. Senza domande, senza risposte. Non perché non fosse capace di porsene, ma perché non ne vedeva l’utilità.
Roma non sente, Roma non vede
Roma era un’idea prima ancora di essere una città. Un’idea fatta di pietra, di leggi, di conquiste, di sangue e di ordine. Un’idea che non aveva bisogno di ascoltare, perché era già tutto stabilito. Non c’erano voci da sentire, non c’erano ingiustizie da vedere.
La macchina dell’Impero
L’Impero non era un uomo, né un’idea. Era una macchina. Una macchina perfetta, costruita su regole che non avevano bisogno di essere messe in discussione. Una macchina di ferro, di pietra, di carne e di sangue, che si muoveva inarrestabile, senza emozioni, senza esitazioni.
Un uomo senza convinzioni
Un uomo senza convinzioni non è un uomo vuoto. È un uomo leggero, uno che attraversa la vita senza lasciarsi appesantire dal peso delle idee, delle passioni, delle lotte inutili. È uno che guarda il mondo senza volerlo cambiare, che accetta le cose per come sono perché sa che ogni tentativo di modificarle è solo una battaglia persa in partenza.
Il peso delle formalità
Le formalità erano la spina dorsale dell’Impero. Senza di esse, nulla avrebbe funzionato. Le legioni non avrebbero marciato, i tributi non sarebbero stati riscossi, i governatori non avrebbero governato.
Sangue e sabbia, senza gloria
Il sangue si asciuga in fretta sotto il sole della Giudea. La sabbia lo assorbe, lo inghiotte, lo fa sparire come se non fosse mai esistito. Non resta nulla. Qualche macchia scura sulle pietre, un odore acre nell’aria, ma tutto svanisce nel giro di poche ore.
Il lusso del disinteresse
Il disinteresse è un lusso che pochi possono permettersi. Pilato lo sapeva bene. Era il lusso di chi non ha bisogno di schierarsi, di chi può restare a guardare senza dover prendere una posizione. Il lusso di chi, come lui, sapeva che la storia non appartiene a chi combatte, ma a chi sopravvive.
Una moglie, una profezia
Una moglie, una profezia. Due cose che avrebbero potuto significare molto, se solo Pilato fosse stato un uomo che dava peso alle cose. Ma Pilato non era quel tipo di uomo. Era un funzionario dell’Impero, uno che capiva il valore dell’ordine, dell’efficienza, della distanza dalle emozioni.
Gli ebrei, un fastidio
Gli ebrei erano un fastidio. Non erano una minaccia, non erano una forza militare capace di ribaltare l’ordine imperiale, non erano un popolo abbastanza unito da rappresentare un vero pericolo per Roma.
Il destino di chi non ha destino
Il destino di chi non ha destino è quello di scivolare via dalla storia senza lasciare traccia. Non essere ricordato, non essere rimpianto, non essere maledetto né celebrato. È il destino degli uomini che non scelgono, che non credono, che non si schierano mai davvero.
Parte II – L’indifferenza al culmine
Un uomo davanti a me
Un uomo davanti a me. Solo questo. Un uomo, niente di più. Un corpo in piedi, due occhi che mi guardano, un viso che non si contorce di paura, non si abbassa in segno di supplica, non si indurisce in segno di sfida.
Cos’è la verità?
Cos’è la verità? Le parole mi sono uscite di bocca senza che neanche me ne rendessi conto. Come un riflesso, un sussurro che si è fatto strada tra il rumore di questa giornata insopportabile. Una giornata come tante, forse.
Acqua sulle mani, peso sul cuore
L’acqua è fredda. Fredda come il marmo del palazzo, fredda come l’aria della mattina che filtra dalle colonne, fredda come gli sguardi di quelli che aspettano la mia decisione. Il catino è lì davanti a me, colmo, immobile, perfetto nella sua forma e nella sua funzione.
Il compromesso perfetto
L’arte di governare non è comandare, non è imporre la propria volontà con la forza, non è stringere il pugno attorno ai sudditi fino a soffocarli. L’arte di governare è gestire. È trovare il punto esatto in cui il minimo sforzo genera il massimo risultato.
Un re senza regno, un giudice senza sentenza
Un uomo legato. Un uomo coperto di polvere, di sudore, di sangue rappreso. Un uomo che dovrebbe implorare per la sua vita e che invece tace. Un uomo di fronte a me. Non ha nulla. Nessuna armatura, nessuna spada, nessuna guardia al suo fianco.
La folla decide
La folla urla. La folla chiama il mio nome. La folla si agita come un animale affamato che sente l’odore del sangue. Io li guardo dall’alto, dalla mia posizione di potere, eppure sono loro a dominare la scena.
L’arte di voltarsi dall’altra parte
Voltarsi dall’altra parte è un’arte. Un’arte raffinata, silenziosa, invisibile. Nessuno la insegna apertamente, ma tutti la imparano. Chi prima, chi dopo, chi con fatica, chi con naturalezza. Chi rifiuta di apprenderla, spesso non fa molta strada.
Il grido lontano
Il grido arriva da lontano. Non subito, non all’improvviso. All’inizio è solo un brusio indistinto, un suono che si mescola al vento, alle voci della città, ai rumori del mercato, ai passi dei soldati sulla pietra.
Tutto è compiuto, nulla è cambiato
Tutto è compiuto. Così dicono. Così sussurrano le voci che arrivano dal Golgota, così riportano i messaggeri, così confermano i soldati con lo sguardo spento di chi ha visto morire troppi uomini per trovare ancora qualcosa di straordinario in uno qualunque di loro.
Lavarsi le mani non basta
L’acqua ha toccato la mia pelle, ha bagnato le mie dita, è scivolata via portando con sé la polvere della giornata, il sudore, il contatto con la folla, la presenza di quell’uomo che ora non esiste più.
Parte III – L’abisso dell’indifferenza
La vita continua, per chi?
La vita continua. Lo dicono tutti. Lo dicono sempre. È il conforto automatico che ci si scambia quando qualcosa finisce, quando qualcuno muore, quando un evento lascia una cicatrice che si vuole ignorare.
Un nome da dimenticare
Ci sono nomi che svaniscono senza lasciare traccia. Nomi che non restano scritti da nessuna parte, che nessuno pronuncia più dopo qualche giorno, qualche mese, qualche anno. Nomi che si dissolvono come la polvere dopo una tempesta di vento, che smettono di esistere non appena l’ultimo uomo che li ha conosciuti smette di parlare.
Roma ha altri problemi
Roma ha altri problemi. Roma ha sempre altri problemi. Non è mai un uomo solo, non è mai un nome, non è mai una crocifissione in una provincia dimenticata. Roma guarda avanti, Roma non si ferma, Roma non si preoccupa delle piccole tempeste di sabbia che si sollevano in angoli remoti dell’Impero.
L’ombra di una nuova fede
L’ombra è sempre il primo segnale. Non il fuoco, non la fiamma che divampa, non il fragore di una rivoluzione. No, la prima cosa è l’ombra. Qualcosa di impercettibile, che si insinua lentamente, che si allunga senza che nessuno se ne accorga davvero.
I giorni si susseguono, uguali
I giorni si susseguono, uguali. Sempre gli stessi, sempre scanditi dagli stessi ritmi, dalle stesse formalità, dagli stessi gesti ripetuti fino a perdere ogni significato. L’alba si leva su Cesarea come si leva su tutto l’Impero, ma senza portare nulla di nuovo.
L’imperatore si è scordato di me
L’imperatore si è scordato di me. Oppure no. Forse sa perfettamente dove mi trovo, cosa faccio – o meglio, cosa non faccio – e ha semplicemente deciso di lasciarmi qui, ai margini, in questo angolo dimenticato dell’Impero dove il sole brucia, il vento soffia sabbia nelle strade e il mare non porta nulla di nuovo.
Lontano da tutto, vicino al nulla
Lontano da tutto, vicino al nulla. È così che mi sento, è così che vivo, è così che i giorni si susseguono senza lasciare traccia. Un tempo avevo un posto nel grande ingranaggio dell’Impero, un ruolo, un compito.
La verità ritorna
La verità ritorna. Non importa quanto la si voglia seppellire, quanto la si voglia ignorare, quanto la si voglia allontanare. Ritorna. Striscia nei pensieri, si insinua nei sogni, si riflette negli occhi di chi si incontra.
L’indifferenza non salva
L’indifferenza non salva. È quello che ho imparato troppo tardi. Credevo che fosse la chiave per sopravvivere, per non essere travolto, per rimanere saldo mentre il mondo intorno crollava. Credevo che il non scegliere fosse una scelta, che il non sentire fosse una protezione, che il non agire fosse una strategia.
Un uomo solo davanti a niente
Un uomo solo davanti a niente. Così finisce tutto. Senza clamore, senza testimoni, senza alcun senso di conclusione. Nessun pubblico a guardare, nessuna folla a giudicare, nessuna voce a scandire un verdetto.
Il nulla dopo l’indifferenza
Non c’è un’ultima parola. Non c’è un’epifania. Non c’è una redenzione. Ci si aspetterebbe che alla fine tutto si chiarisca, che la vita, prima di spegnersi, dia almeno un segno di aver avuto un senso.
