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Domenico Riccio - Geremia

Geremia

Geremia. Il destino dell’inviato

Prima ancora di nascere, Geremia è già stato chiamato. Ma la chiamata di Dio non è un privilegio. È una ferita che attraversa un’intera esistenza. Prima ancora di vedere la luce, Geremia appartiene a un destino che non ha scelto.

L’Autore

Domenico Riccio, autore di oltre cento saggi, articoli e note, ha conseguito una laurea, una specializzazione, due dottorati di ricerca e tre master. Vincitore di più borse di studio, ha partecipato a vari progetti di ricerca ed è stato relatore in numerosi convegni e incontri di studio. Già consulente governativo, ha insegnato in diverse università. Con questo bagaglio di studi ed esperienze e con le sue personali ricerche, esplora nei suoi scritti i confini della conoscenza umana, affrontando tematiche che spaziano dalla filosofia all’etica, fino alle più profonde questioni spirituali.

L’Opera

L’Opera non è una raccolta di libri. È un cammino. È un rito in ottantaquattro volumi.

Geremia

Prologo

Perché tutto passa. Ma la Promessa continua a creare il mondo. Perché la creazione intera non è che l’eco di una Promessa che non ha mai smesso di essere pronunciata. Perché prima dell’inizio era già fedele.

Prima, silenzio

Prima della parola c’è sempre un silenzio. Non il silenzio dell’assenza. Il silenzio dell’attesa. Ogni nascita comincia così. Ogni vocazione. Ogni alleanza. Perfino la luce, prima di incendiare il cielo del primo mattino, attraversa un istante in cui il mondo sembra ancora appartenere alla notte.

1. Il grembo

Il vento arrivava dalle colline di Anatot con l’odore delle vigne appena potate e della terra smossa. Era un vento che conosceva i nomi degli alberi, le crepe delle pietre, i sentieri percorsi dagli asini e dai bambini.

2. L’infanzia

Geremia nacque quando il grano cominciava a piegarsi sotto il vento caldo dell’estate. La luce invadeva le colline di Anatot fin dall’alba e le cicale riempivano le ore immobili del mezzogiorno. Nessun prodigio accompagnò quel giorno.

3. Le crepe

Quando Geremia compì dodici anni, Anatot gli sembrava ormai troppo piccola per contenere tutte le domande che gli crescevano dentro. Non erano domande da ragazzo. Non riguardavano il mestiere che avrebbe imparato, né il giorno in cui avrebbe potuto accompagnare il padre nei servizi sacerdotali.

4. La chiamata

Geremia aveva ormai raggiunto l’età in cui il volto dell’infanzia sopravvive ancora negli occhi, ma il cuore ha già cominciato a conoscere il peso delle cose. Il suo corpo cresceva come quello di tutti i giovani di Anatot.

5. Non so parlare

Geremia non ricordò come fosse tornato ad Anatot. Per anni avrebbe cercato di ricostruire quel cammino. Il sole era ancora alto quando aveva lasciato il campo. Al tramonto era già seduto davanti alla porta di casa.

6. La città

Geremia cominciò a salire a Gerusalemme con occhi diversi. Fino ad allora era stata il luogo del Tempio, delle feste, dei sacrifici, dell’incenso che saliva verso il cielo. Ora ogni viaggio gli sembrava un ritorno verso qualcuno che ancora non conosceva fino in fondo.

7. Le piazze

Geremia imparò che una città non si conosce osservandola dall’alto. Dall’alto si vedono le mura. Le case. Le porte. Le torri. Ma non si vede il cuore. Per conoscere una città bisogna consumare i sandali sulle sue pietre.

8. Il primo rifiuto

La parola rimase dentro Geremia ancora per molti giorni. Non era un pensiero. I pensieri cambiano. Si contraddicono. Si dimenticano. La parola, invece, rimane. Respira. Attende. Scava. Ogni mattina si svegliava sperando che quel fuoco si fosse spento durante la notte.

9. Il Tempio

L’alba saliva lentamente sopra Gerusalemme. Le prime lame di luce accarezzavano il Tempio, e il marmo sembrava accendersi dall’interno. Da lontano l’edificio non appariva costruito dagli uomini. Sembrava nato insieme alla montagna.

10. La persecuzione

Il giorno seguente Geremia tornò a Gerusalemme. Nessuno lo attendeva. Nessuno immaginava che sarebbe tornato. Per tutta la notte aveva sperato che quanto era accaduto nel Tempio appartenesse ormai al passato.

11. Il pianto

La notte era scesa su Anatot senza rumore. Le case avevano spento una dopo l’altra le lampade. I cani, dopo avere abbaiato per qualche viandante in ritardo, si erano accucciati davanti alle porte. Perfino il vento sembrava essersi ritirato tra gli ulivi.

12. Il vaso

La bottega del vasaio si trovava nello stesso luogo da quando Geremia era bambino. Era una costruzione semplice, addossata al pendio, con il tetto basso e le pareti annerite dal fumo del forno. Per anni quel luogo era stato per lui un rifugio.

13. La prigione

Fu all’alba. Non durante un oracolo. Non davanti alla folla. Non nel fragore di una disputa. La verità viene quasi sempre arrestata nel silenzio. Geremia stava attraversando una strada secondaria di Gerusalemme.

14. Il silenzio

All’inizio Geremia attese una parola. Era certo che sarebbe arrivata. Dio aveva parlato sulla collina. Aveva parlato nelle piazze. Aveva parlato nel Tempio. Aveva parlato davanti al vaso spezzato. Come avrebbe potuto tacere proprio adesso?

15. Il lamento

Signore… oggi non vengo a pregarti. Non ne sono capace. Non porto salmi. Non porto benedizioni. Non porto l’incenso delle parole ordinate. Porto soltanto ciò che è rimasto di me. E non so se basti. Tu mi hai chiamato quando ancora non avevo imparato a conoscere il mio nome.

16. Il rotolo

Quando la porta della prigione si aprì, Geremia non si alzò subito. Aveva imparato che ogni rumore poteva essere una speranza o una minaccia. Spesso erano la stessa cosa. La guardia rimase immobile. «Puoi uscire».

17. Il re

L’inverno stringeva Gerusalemme in un freddo sottile. Il cielo era basso. Le nuvole correvano sopra le mura come greggi scure spinte dal vento del nord. Nel palazzo reale i bracieri ardevano senza sosta.

18. La cisterna

La decisione fu presa senza processo. Le parole, quando mettono in discussione il potere, vengono giudicate molto prima di arrivare davanti a un tribunale. Gerusalemme viveva giorni inquieti. Le voci dell’avanzata babilonese si rincorrevano nelle piazze come stormi di corvi.

19. Il fondo

Il tempo cessò di esistere. Geremia non seppe più distinguere un giorno dall’altro. La luce continuava a scendere dall’alto, poi si ritirava, poi ritornava ancora. Ma quel movimento non gli diceva più nulla.

20. Il seme

Geremia non sapeva più se fosse sveglio. Il confine tra il sonno e la veglia si era dissolto da tempo. La cisterna aveva cancellato le misure del mondo. Non esistevano più mattino e sera. Non esistevano più giorni.

21. La città assediata

L’assedio non cominciò il giorno in cui comparvero gli eserciti. Cominciò molto prima. Cominciò quando gli uomini smisero di ascoltare la verità. Le mura cadono sempre dopo i cuori. Le città vengono conquistate dall’esterno soltanto quando sono già state abbandonate dall’interno.

22. Il fuoco

La breccia non fu un’esplosione. Fu un cedimento. Come accade ai grandi alberi. Per anni sembrano invincibili. Poi, un mattino, il tronco si piega. Non per un solo colpo. Per tutti quelli ricevuti nel tempo.

23. Le rovine

Il mattino non portò alcuna novità. Le fiamme avevano terminato il loro compito. Ora lavorava il silenzio. Geremia entrò in ciò che restava di Gerusalemme senza che nessuno gli sbarrasse la strada. Non c’erano più porte da aprire.

24. I superstiti

Il giorno dopo le rovine non erano cambiate. Era cambiato lo sguardo. La distruzione, il primo giorno, assomiglia a un urlo. Il secondo diventa una domanda. Il terzo una fatica. Poi, lentamente, si trasforma nella nuova forma della vita.

25. Il germoglio

Per molti giorni Geremia non pronunciò alcun oracolo. Aveva parlato abbastanza. Le parole, come i semi, conoscono il proprio tempo. Se vengono gettate troppo presto, il terreno le respinge. Se vengono trattenute troppo a lungo, muoiono nella mano di chi le custodisce.

26. Il nuovo cuore

La notte era tornata sulle rovine. Non era la notte dell’assedio. Non era la notte dell’incendio. Era una notte diversa. La città aveva ormai smesso di urlare. Perfino il dolore, quando rimane troppo a lungo, perde la voce.

27. Restare

Molti partirono. Non lo fecero tutti nello stesso giorno. Le partenze non hanno mai il fragore delle battaglie. Cominciano con una porta che si chiude. Con un fagotto legato in fretta. Con un ultimo sguardo.

28. Il domani

L’inverno trascorse senza fare promesse. Non ci fu alcun segno improvviso. Nessun esercito liberatore comparve all’orizzonte. Nessun re ritornò. Nessuna tromba annunciò la fine dell’esilio. Le rovine continuarono a essere rovine.

29. L’ultimo profeta

Gli anni passarono senza chiedere il permesso. Nessuno sa indicare il giorno preciso in cui un uomo diventa vecchio. Accade lentamente. Prima si allungano i silenzi. Poi rallenta il passo. Poi il volto comincia ad assomigliare sempre di più ai propri pensieri.

30. Il seme

L’inverno era passato. Non con clamore. Come passano tutte le stagioni che hanno compiuto il proprio dovere. Le piogge avevano lavato le pietre. Il vento aveva disperso gran parte della cenere. Il sole tornava ogni mattina a posarsi sulle colline di Giuda senza domandare agli uomini se fossero pronti a ricominciare.

Nessuna gloria. Nessun riconoscimento

Geremia non lasciò un regno. Non lasciò un esercito. Non lasciò un Tempio. Non lasciò un trono. Non fondò una scuola. Non raccolse discepoli attorno al proprio nome. Non vide il compimento delle promesse che aveva annunciato.

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