Domenico Riccio - Erich
Erich
Erich. Il sistema è colpevole
E se il problema non fosse l’errore del giudice, ma il sistema che rende possibile l’errore? Per secoli abbiamo costruito la giustizia intorno a una promessa: separare il colpevole dall’innocente, la verità dalla menzogna, il torto dalla ragione.
L’Autore
Domenico Riccio, autore di oltre cento saggi, articoli e note, ha conseguito una laurea, una specializzazione, due dottorati di ricerca e tre master. Vincitore di più borse di studio, ha partecipato a vari progetti di ricerca ed è stato relatore in numerosi convegni e incontri di studio. Già consulente governativo, ha insegnato in diverse università. Con questo bagaglio di studi ed esperienze e con le sue personali ricerche, esplora nei suoi scritti i confini della conoscenza umana, affrontando tematiche che spaziano dalla filosofia all’etica, fino alle più profonde questioni spirituali.
L’Opera
L’Opera non è una raccolta di libri. È un cammino. È un rito in ottantaquattro volumi.
Erich
Nota dell’Autore
In questo libro ci sono ripetizioni. È una scelta precisa e deliberata. Ogni capitolo risponde a quattro criteri. Primo, l’autosufficienza che impone che ciascuno di essi possa reggersi da solo. Secondo, la densità che impone che ogni pagina contenga il massimo della materia necessaria.
«Il Signore è il mio pastore»
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me.
La macchina che giudica
Il potere più pericoloso non è quello che commette l’ingiustizia. È quello che riesce a distribuirla così bene da far credere che nessuno ne sia responsabile. Per secoli abbiamo cercato il colpevole, abbiamo osservato gli individui, le loro intenzioni, le loro passioni: le loro decisioni.
PARTE I – Il sistema produce se stesso
1. Il mondo VUCA-BANI. Il modello di Bennett e Lemoine (US Army War College)
Il sistema giudica come se il mondo fosse un orologio. Il mondo, da tempo, ha smesso di comportarsi come un orologio. Per secoli il sistema della giustizia ha operato con una convinzione implicita, raramente dichiarata ma sempre presupposta: la realtà sarebbe un’entità unica, stabile e razionale, sulla quale è possibile applicare la legge con una precisione paragonabile a quella di un calcolo matematico.
2. Nessuna istituzione è neutrale. Michel Foucault e il potere disciplinare
L’istituzione più pericolosa non è quella che sceglie da che parte stare. È quella che convince tutti di non avere mai scelto. Ogni istituzione ama definirsi imparziale: il tribunale applica la legge, la pubblica amministrazione esegue le norme, la polizia accerta i fatti, l’università produce sapere, la scienza ricerca la verità.
3. L’organizzazione decide. L’errore fondamentale di attribuzione di Lee Ross
Non sono gli uomini a creare sempre le decisioni delle organizzazioni. Molto spesso sono le organizzazioni a creare le decisioni degli uomini. Quando una decisione produce un’ingiustizia, la domanda che poniamo è quasi sempre la stessa: chi ha sbagliato?
4. Il potere delle procedure. Il conformismo di Milgram
Il potere più efficace non ordina. Progetta una procedura nella quale nessuno sentirà più il bisogno di disobbedire. Ogni sistema ama parlare delle proprie regole: molto più raramente parla delle proprie procedure.
5. Gli incentivi cambiano la giustizia. Il nudge di Thaler e Sunstein
La giustizia cambia quando cambia ciò che il sistema premia. Le leggi possono restare identiche. Basta modificare gli incentivi perché cambi il modo in cui vengono applicate. Ogni istituzione dichiara di essere guidata da principi, ma ogni organizzazione viene governata dagli incentivi.
6. Le organizzazioni imparano gli errori sbagliati. Il double-loop learning di Argyris
Le organizzazioni non ripetono gli errori perché non imparano. Li ripetono perché imparano esattamente la lezione sbagliata. Ogni errore dovrebbe rappresentare una possibilità di crescita: è questa l’idea sulla quale si fondano la scienza, l’educazione e l’esperienza umana – si sbaglia, si comprende perché, si modifica il comportamento, l’errore diventa conoscenza.
7. Il sistema costruisce la realtà. L’autopoiesi di Niklas Luhmann
Il sistema più potente non è quello che nasconde la realtà. È quello che decide quale realtà possa esistere. Siamo abituati a pensare che le istituzioni si limitino a osservare il mondo: è una rappresentazione rassicurante, secondo cui prima esisterebbero i fatti, e poi arriverebbe il sistema a registrarli, interpretarli e decidere.
PARTE II – Le patologie della giustizia
8. L’inerzia delle istituzioni. Il paradigma di Thomas Kuhn
Le istituzioni non crollano perché cambiano troppo in fretta. Crollano perché continuano a funzionare quando la realtà è già cambiata. L’uomo possiede una straordinaria capacità di apprendere, le istituzioni possiedono una straordinaria capacità di conservare, questa differenza rappresenta una delle grandi conquiste della civiltà: e, nello stesso tempo, una delle sue più profonde fragilità.
9. La burocrazia della colpa. La diffusione di responsabilità secondo Darley e Latané
La burocrazia diventa pericolosa quando non distribuisce soltanto le competenze. Distribuisce la colpa fino a farla scomparire. Ogni grande organizzazione nasce per rendere il potere prevedibile: le procedure sostituiscono l’arbitrio, le competenze sostituiscono l’improvvisazione, le responsabilità vengono suddivise, ogni ufficio conosce il proprio compito, ogni funzionario conosce il proprio limite.
10. Il conformismo giudiziario. Gli esperimenti di Solomon Asch
Il conformismo più pericoloso non nasce dalla paura di sbagliare. Nasce dalla paura di essere l’unico ad avere ragione. La giustizia ama rappresentarsi come il luogo dell’indipendenza: ogni giudice decide secondo legge, secondo coscienza, secondo il proprio libero convincimento.
11. Il peso dei precedenti. L’euristica dell’ancoraggio di Kahneman e Tversky
I precedenti garantiscono la stabilità del diritto. Diventano pericolosi quando smettono di illuminare il presente e cominciano a governarlo. Ogni sistema giuridico vive del proprio passato: ogni decisione lascia una traccia, ogni interpretazione diventa un punto di riferimento, ogni sentenza entra nella memoria dell’istituzione.
12. La cultura dell’accusa. Il bias di conferma e il falsificazionismo di Popper
Una giustizia smette di cercare la verità quando considera l’accusa il proprio punto di partenza invece che una semplice ipotesi da verificare. Ogni processo nasce da un’accusa: questo è inevitabile, e senza un’ipotesi accusatoria non esisterebbe alcuna indagine.
13. Gli errori sistemici. Il modello Swiss Cheese di James Reason
L’errore più difficile da correggere non è quello commesso da una persona. È quello prodotto correttamente da un’intera organizzazione. Quando una sentenza si rivela ingiusta, il bisogno immediato è trovare un responsabile – un giudice, un pubblico ministero, un investigatore, un consulente, un testimone.
PARTE III – Il decisore dentro il sistema
14. Il giudice è un essere umano. Il marcatore somatico di Antonio Damasio
La toga non elimina il cervello. La funzione non cancella l’uomo. Ogni sentenza è sempre pronunciata da una mente che vede il mondo attraverso i limiti della propria umanità. Per secoli il diritto ha coltivato una delle più rassicuranti finzioni della modernità: che il giudice possa osservare i fatti dall’esterno, come un occhio perfettamente neutrale, come una coscienza impermeabile alle emozioni, come una ragione capace di sospendere la propria storia personale.
15. Il pubblico ministero costruisce ipotesi. Il ragionamento abduttivo di Charles Sanders Peirce
Il pubblico ministero non dovrebbe cercare un colpevole. Dovrebbe costruire un’ipotesi abbastanza rigorosa da poter essere distrutta dai fatti, se i fatti la smentiscono. Ogni indagine comincia con una domanda: che cosa è accaduto?
16. L’avvocato costruisce alternative. Il contraddittorio come falsificazione popperiana
L’avvocato non è l’uomo che difende una versione dei fatti. È colui che impedisce a una sola versione dei fatti di diventare la realtà. Ogni sistema complesso ha bisogno di una forza che ne contrasti naturalmente le certezze: non per ostacolare la decisione, ma per migliorarla.
17. Il perito costruisce modelli. La mappa non è il territorio di Alfred Korzybski
Il perito non porta la realtà nel processo. Porta un modello della realtà. E ogni modello, mentre rende visibile qualcosa, lascia inevitabilmente qualcos’altro nell’ombra. La scienza entra nel processo con una promessa implicita: rendere visibile ciò che il giudice non può vedere, misurare ciò che non può essere misurato direttamente, ricostruire ciò che non può essere osservato, tradurre la complessità in una forma comprensibile.
18. La decisione come fenomeno collettivo. L’emergenza nella teoria dei sistemi complessi
Una decisione può avere un solo nome in calce e cento menti alle sue spalle. Il potere ama mostrarsi individuale. La realtà, quasi sempre, è collettiva. La sentenza porta la firma di un giudice, l’atto di accusa porta la firma di un pubblico ministero, la perizia porta la firma di un esperto, la memoria difensiva porta la firma di un avvocato, la testimonianza porta la voce di un testimone: il diritto organizza la responsabilità attraverso individui identificabili.
19. Nessuno decide da solo. Il groupthink di Irving Janis
La solitudine del decisore è una delle più grandi illusioni del potere. Chi decide non è mai solo: porta con sé tutti coloro che hanno costruito il mondo dentro il quale la sua decisione è diventata possibile.
PARTE IV – La complessità della decisione
20. Oltre il paradigma lineare. La teoria dei sistemi di Ludwig von Bertalanffy
La realtà non procede in linea retta. Le cause si incontrano, si amplificano, si contraddicono e talvolta si cancellano. Chi cerca una sola causa per ogni colpa ha già semplificato il mondo prima ancora di averlo compreso.
21. I modelli della decisione. Il garbage can model di Cohen, March e Olsen
Per un secolo l’organizzazione ha creduto di poter decidere come una macchina calcola. Ogni teoria successiva ha dovuto ammettere un pezzo in più della propria umana, insopprimibile imperfezione. Fino a qualche decennio fa, l’immagine implicita del giudice ideale era quella di una mente quasi onnisciente: capace di raccogliere ogni fatto rilevante, di pesare ogni alternativa, di prevedere ogni conseguenza e di scegliere, con precisione pressoché matematica, il verdetto più giusto.
22. La giustizia nei sistemi complessi. L’effetto farfalla di Edward Lorenz
La giustizia non diventa più giusta quando elimina la complessità. Diventa più giusta quando impara a decidere senza fingere che la complessità non esista. Un sistema complesso non può essere governato attraverso una sola causa, e nemmeno giudicato attraverso una sola spiegazione: la giustizia, tuttavia, nasce storicamente da una necessità opposta – ridurre, selezionare, distinguere, attribuire, decidere.
23. L’incertezza organizzata. L’onere della prova come tecnologia sociale
La giustizia non elimina l’incertezza. La distribuisce, la disciplina, la nasconde e infine la consegna a qualcuno con il compito di trasformarla in una decisione. Ogni sistema giudiziario nasce da una contraddizione: deve decidere, ma non può sapere tutto; deve ricostruire il passato, ma il passato non è più osservabile; deve accertare i fatti, ma i fatti arrivano soltanto attraverso testimonianze, documenti, tracce, interpretazioni e modelli: deve pronunciare una conclusione, ma ogni conclusione è costruita sopra una quantità inevitabile di ciò che non si conosce.
24. Decisioni trasformazionali. Le profezie che si autoavverano di Robert Merton
Alcune decisioni non si limitano a descrivere la realtà. La cambiano. E quando una decisione cambia ciò che pretende soltanto di giudicare, il giudice non è più soltanto un osservatore del mondo: diventa una delle sue cause.
25. Ridurre il danno sistemico. Il modello Swiss Cheese e il double-loop learning
La giustizia più alta non è quella che punisce meglio l’errore. È quella che impedisce all’errore di diventare un’organizzazione, a un’organizzazione di diventare un’abitudine e a un’abitudine di diventare destino.
26. Governare la complessità. Controllo e resilienza nella teoria dei sistemi
Governare la complessità non significa dominarla. Significa costruire istituzioni abbastanza intelligenti da non distruggerla mentre tentano di ordinarla. La complessità spaventa il potere: il potere ama ciò che può classificare, ama le categorie, le gerarchie, le procedure, le responsabilità definite, le cause riconoscibili.
PARTE V – Una nuova psicologia giudiziaria
27. Umiltà contro onniscienza. L’epistemologia dell’incertezza secondo Kahneman, Sibony e Sunstein
L’onniscienza è l’errore di chi dimentica che ogni decisione nasce da una conoscenza incompleta; l’umiltà è la disciplina di chi decide senza trasformare i propri limiti in verità. Il sistema giudiziario ha bisogno di persone che decidano.
28. Mitezza contro aggressività cognitiva. Psicologia morale e regolazione dell’impulso accusatorio
La domanda più difficile che un giudice possa rivolgere a se stesso non è se avesse il diritto di decidere così, ma se, avendo il potere di decidere così, fosse davvero necessario farlo. La giustizia ha imparato a considerare la mitezza con sospetto, vista talvolta come debolezza, indecisione, eccesso di prudenza, una concessione alla fragilità umana.
29. Amore come responsabilità epistemologica. L’etica della responsabilità e della cura di Hans Jonas
Amare, quando si giudica, significa assumersi la responsabilità di non trasformare ciò che non si conosce in una certezza e di non trasformare una persona nella storia che abbiamo costruito su di lei.
30. La giustizia che ripara. La restorative justice di Braithwaite e Tyler
La giustizia che si limita a punire può chiudere un caso. La giustizia che ripara prova a riaprire il futuro. La giustizia ha conosciuto per secoli una tentazione semplice: credere che il male possa essere compensato infliggendo altro male in una forma istituzionalmente autorizzata.
31. La decisione che trasforma. Responsabilità distribuita nei sistemi complessi
Una decisione è veramente giusta quando non si limita a stabilire ciò che è accaduto, ma modifica ciò che accadrà dopo. Ogni decisione giudiziaria pretende di essere conclusiva. Stabilisce, ordina. Definisce, chiude.
32. Il sistema è colpevole. Perpetual beta e kaizen decisionale
Nessuno vuole l’ingiustizia, tutti contribuiscono a produrla: il sistema è colpevole. La giustizia è stata costruita per impedire all’uomo di essere giudicato dall’uomo. È una delle sue più grandi illusioni.
«Pilato, prese dell’acqua e si lavò le mani… e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso» (Mt 27,22-26)
Il sistema è colpevole. Non perché abbia deciso. Perché ha deciso senza sapere, non perché abbia giudicato. Perché ha giudicato per poter finalmente smettere di giudicare. Non perché abbia trovato la colpa.
Dopo la giustizia
L’apparato giudiziario, così come lo conosciamo, potrebbe aver esaurito la propria funzione storica. La colpa ha bisogno di essere superata dalla responsabilità. La prova dalla conoscenza condivisa, il giudizio dalla composizione.
