Domenico Riccio - Carl
Carl
Carl. La prova è una finzione
E se la prova non fosse la verità, ma soltanto un meccanismo psicologico per anestetizzarci di fronte alla decisione? Ogni processo cerca una risposta. Ogni giudice cerca una certezza. Ogni sistema giudiziario costruisce prove per trasformare ciò che è accaduto in ciò che può essere deciso.
L’Autore
Domenico Riccio, autore di oltre cento saggi, articoli e note, ha conseguito una laurea, una specializzazione, due dottorati di ricerca e tre master. Vincitore di più borse di studio, ha partecipato a vari progetti di ricerca ed è stato relatore in numerosi convegni e incontri di studio. Già consulente governativo, ha insegnato in diverse università. Con questo bagaglio di studi ed esperienze e con le sue personali ricerche, esplora nei suoi scritti i confini della conoscenza umana, affrontando tematiche che spaziano dalla filosofia all’etica, fino alle più profonde questioni spirituali.
L’Opera
L’Opera non è una raccolta di libri. È un cammino. È un rito in ottantaquattro volumi.
Carl
Nota dell’Autore
In questo libro ci sono ripetizioni. È una scelta precisa e deliberata. Ogni capitolo risponde a quattro criteri. Primo, l’autosufficienza che impone che ciascuno di essi possa reggersi da solo. Secondo, la densità che impone che ogni pagina contenga il massimo della materia necessaria.
«Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità»
Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.
Quando i fatti diventano racconto
I fatti non entrano mai in un processo. Entrano soltanto le storie che gli uomini riescono a raccontare dei fatti. Il primo libro della trilogia ha demolito un’illusione: che il colpevole sia una proprietà naturale della realtà.
PARTE I – La costruzione della prova
1. Il fatto non entra mai nel processo. Il predictive processing di Friston
Il processo giudica ciò che può conoscere. Il fatto appartiene ormai a ciò che nessuno potrà più vedere. Ogni processo sembra iniziare da un fatto: un omicidio, una truffa, una corruzione, una violenza.
2. Ogni osservazione seleziona. L’osservazione theory-laden di Hanson
Ogni osservazione illumina una parte della realtà. Nello stesso istante condanna il resto all’invisibilità. La cultura giuridica è costruita attorno a una convinzione apparentemente intuitiva: osservare significa scoprire.
3. Vedere significa interpretare. La psicologia della Gestalt
Non vediamo mai la realtà. Vediamo il significato che la nostra mente attribuisce alla realtà. Per secoli l’uomo ha creduto che gli occhi fossero finestre aperte sul mondo, guardare sembrava coincidere con conoscere.
4. Il linguaggio crea la realtà. Wittgenstein e la semiotica di Peirce
Le parole non descrivono semplicemente il mondo. Decidono quale mondo sarà possibile vedere. Ogni processo sembra fondarsi sui fatti: in realtà si fonda sul linguaggio. Il fatto accade una sola volta.
5. La prova nasce da una narrazione. La psicologia narrativa di Bruner
La prova non nasce quando compare un indizio. Nasce quando qualcuno comincia a raccontare una storia capace di dare a quell’indizio un significato. La cultura giuridica ama immaginare il processo come un mosaico: ogni prova sarebbe una tessera, e alla fine il disegno emergerebbe da sé.
6. Il fascino della certezza. La falsificabilità di Popper
L’uomo non desidera la verità. Desidera la fine dell’incertezza. E troppo spesso chiama questa pace “verità”. L’incertezza è uno degli stati psicologici più difficili da sopportare: non provoca soltanto disagio, provoca vera sofferenza.
7. L’ingegneria probatoria. Il cropping e l’attenzione selettiva
Il fascicolo processuale non fotografa un caso. Lo costruisce, un frammento selezionato alla volta. Il primo libro di questa trilogia ha già incontrato il cropping, la tendenza a isolare un frammento di realtà e a trattarlo come se coincidesse con l’insieme.
8. La volpe e il riccio. Isaiah Berlin e la paralisi da analisi
La volpe sa molte cose. Il riccio ne sa una sola, ma grande. Il processo, troppo spesso, finisce per assomigliare alla volpe. Il poeta greco Archiloco lasciò ai posteri un frammento tanto breve quanto enigmatico: “la volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande”.
9. Il dibattito sull’impossibile. Il falso bilanciamento e la fallacia della concretezza mal indirizzata
Si può discutere a lungo, e con grande serietà, anche di ciò che è palesemente impossibile. Il dibattito, da solo, non garantisce mai che la domanda discussa avesse senso. C’è un fenomeno, ben noto a chi si occupa di controversie pseudoscientifiche, che riguarda da vicino anche la giustizia.
10. L’interesse a commettere, l’interesse ad accusare. L’euristica della disponibilità
Ogni processo interroga a lungo le prove. Troppo raramente interroga, con altrettanta cura, chi quelle prove le ha raccolte e chi ne trarrebbe vantaggio. C’è una domanda che, in molte indagini, viene posta soltanto di sfuggita, quando meriterebbe un posto centrale fin dal principio: quale interesse concreto aveva il sospettato a commettere proprio quel reato?
11. Le asimmetrie informative e il patteggiamento indotto. Akerlof e l’asimmetria informativa
Non tutte le parti di un processo arrivano in aula con le stesse risorse. E questa disparità, da sola, può decidere un verdetto prima ancora che le prove vengano davvero discusse. Il processo penale si presenta, formalmente, come un confronto tra parti poste su un piano di parità: l’accusa afferma, la difesa contesta, il giudice decide.
PARTE II – La fragilità della testimonianza
13. Nessuno ricorda ciò che è accaduto. La memoria come processo ricostruttivo secondo Loftus
La memoria non conserva il passato. Lo riscrive ogni volta che lo richiama. Per secoli il testimone è stato considerato il custode privilegiato della verità: chi ha visto sa, chi ricorda racconta, chi racconta dimostra.
14. La memoria inventa continuità. Gli schemi di Bartlett
La memoria non conserva il passato. Conserva il bisogno che il passato abbia un senso. Uno degli aspetti più sorprendenti della memoria umana non riguarda ciò che dimentica: riguarda ciò che aggiunge.
15. Le domande cambiano le risposte. L’effetto framing di Loftus e Palmer
Non esistono domande innocenti. Ogni domanda contiene già una teoria di ciò che potrebbe essere vero. La cultura giuridica considera la domanda uno strumento per ottenere informazioni, le scienze cognitive hanno scoperto qualcosa di molto diverso: la domanda non raccoglie soltanto una risposta, la costruisce.
16. Riconoscere non significa ricordare. La familiarità secondo Mandler
Il volto che crediamo di riconoscere è spesso il volto che la nostra mente ha già deciso di vedere. Poche prove sembrano possedere la forza persuasiva del riconoscimento: un testimone indica una persona e dice «È lui».
17. Suggestione e falsa memoria. Gli esperimenti di Elizabeth Loftus
La memoria più pericolosa non è quella che dimentica. È quella che ricorda con assoluta convinzione ciò che non è mai accaduto. Per molto tempo il diritto ha distinto nettamente due figure: il testimone sincero e il testimone menzognero.
18. Il testimone perfetto non esiste. Fiducia soggettiva e accuratezza oggettiva di Brewer e Wells
Il testimone ideale appartiene alla fantasia del diritto. L’essere umano appartiene alla realtà. Ogni processo coltiva, spesso inconsapevolmente, un’immagine del testimone perfetto, una persona, che osserva tutto, ricorda tutto, comprende tutto, racconta tutto, senza errori, senza influenze, senza esitazioni: è un modello rassicurante, ma inesistente.
PARTE III – Le prove scientifiche
19. La scienza non elimina l’incertezza. Il criterio di demarcazione di Popper
La scienza non è nata per cancellare il dubbio. È nata per impedirci di trasformare le nostre illusioni in certezze. Per molto tempo il processo ha considerato la prova scientifica come il punto di arrivo della conoscenza.
20. L’esperto costruisce modelli. Il paradigma di Kuhn
L’esperto non consegna mai la realtà al giudice. Gli consegna un modello della realtà. Esiste una convinzione profondamente radicata nella cultura giudiziaria: quando il giudice non sa, chiama l’esperto; l’esperto saprà.
21. Statistiche contro intuizioni. Il pensiero Sistema 1 e Sistema 2 di Kahneman
L’intuizione ci dice che cosa sembra vero. La statistica ci dice quante volte l’intuizione si è sbagliata. Poche parole possiedono il prestigio della parola evidenza. Quando una prova scientifica viene espressa in termini statistici, il processo avverte di trovarsi finalmente davanti a qualcosa di oggettivo.
22. Il DNA non racconta una storia. Il teorema di Bayes e la probabilità condizionata
Il DNA può dire che due tracce sono compatibili. Non può dire perché si siano incontrate. Poche prove hanno modificato il processo quanto il DNA: per molti esso rappresenta la fine dell’incertezza, la prova perfetta, l’impronta invisibile che non mente.
23. Gli algoritmi imparano i nostri errori. L’automation bias e il machine learning
Ogni algoritmo promette di correggere gli errori dell’uomo. Ma se viene addestrato sugli errori dell’uomo, finirà per renderli invisibili. Per molto tempo si è creduto che la tecnologia avrebbe liberato la giustizia dai limiti della mente umana.
24. L’illusione dell’oggettività. Bruno Latour e la costruzione sociale del fatto scientifico
L’oggettività non consiste nell’assenza dell’osservatore. Consiste nel rendere visibile il modo in cui l’osservatore ha guardato. La parola oggettività esercita sul diritto un fascino quasi sacrale. Quando una prova viene definita oggettiva, il dibattito sembra terminare.
PARTE IV – La narrazione giudiziaria
25. Il processo come teatro cognitivo. Goffman e la drammaturgia sociale
Ogni processo afferma di cercare la verità. Ma prima ancora costruisce il palcoscenico sul quale quella verità dovrà apparire credibile. Il diritto ama rappresentarsi come il luogo della razionalità. L’aula di giustizia dovrebbe essere uno spazio nel quale emozioni, pregiudizi e passioni vengono progressivamente espulsi, lasciando parlare soltanto i fatti.
26. La forza della coerenza. La coherence-based reasoning di Simon
La mente non cerca anzitutto la verità. Cerca un racconto nel quale ogni cosa trovi finalmente il proprio posto. Il processo nasce per accertare i fatti. Ma nessun fatto, preso isolatamente, possiede un significato.
27. La retorica della persuasione. Logos, ethos e pathos di Aristotele
Non vince quasi mai chi dimostra di avere ragione. Vince chi riesce a rendere inevitabile la propria storia. Il processo ama definirsi il luogo dell’argomentazione razionale. Le parti espongono i fatti producono le prove, sviluppano il ragionamento e il giudice decide applicando il diritto.
28. Il rumore della decisione. Il noise di Kahneman, Sibony e Sunstein
L’errore più pericoloso non è decidere male. È credere che ogni decisione sbagliata sia il risultato di un cattivo decisore. Quando una sentenza appare incomprensibile, il pensiero corre immediatamente alla persona che l’ha pronunciata.
29. Quando il dubbio viene espulso. La chiusura cognitiva di Kruglanski
Una giustizia che teme il dubbio non cerca la verità. Cerca soltanto il momento in cui smettere di cercarla. Ogni processo nasce dal dubbio, se i fatti fossero evidenti, se la responsabilità fosse immediatamente riconoscibile e se la realtà si imponesse da sola, il processo non avrebbe alcuna ragione di esistere.
30. La verità processuale. La fallacia del decisionismo giuridico
La verità processuale non è la verità dei fatti. È una delle tante ricostruzioni che un ordinamento riesce a giustificare entro le proprie regole. Poche espressioni hanno generato più equivoci di verità processuale.
PARTE V - Oltre la prova
31. L’incertezza come metodo. Il falsificazionismo di Popper
L’incertezza non è il nemico della conoscenza. È il prezzo che la conoscenza paga per non trasformarsi in dogma. L’uomo ha sempre cercato di liberarsi dall’incertezza: ha costruito religioni per spiegare il mistero, filosofie per ordinare il pensiero, la scienza per comprendere la natura, il diritto per rendere prevedibili i conflitti.
32. La mitezza cognitiva. L’intellectual humility di Leary
La mente più potente non è quella che cambia sempre idea. È quella che sa in quale momento deve essere disposta a cambiarla. Esiste una forma di forza che il diritto raramente celebra: non è l’autorità, non è la sicurezza, non è la rapidità della decisione.
33. Il peso del dubbio. La dissonanza cognitiva nel processo decisionale
Il dubbio pesa. Ma una condanna pronunciata per liberarsene pesa molto di più. Il dubbio non è leggero: è faticoso. Costringe a sospendere il giudizio quando tutto intorno chiede una risposta. Impedisce alla mente di trovare rapidamente un punto d’arrivo.
34. Decidere senza certezze. La razionalità limitata di Herbert Simon
La giustizia non consiste nell’attendere una certezza impossibile. Consiste nell’assumersi la responsabilità di decidere senza tradire l’incertezza che rimane. Ogni processo tende verso una decisione, mentre ogni conoscenza tende verso il dubbio: tra queste due forze si svolge l’intera vicenda della giustizia.
35. Il giudice come architetto della realtà. Il costruttivismo epistemologico
Il giudice non ricostruisce semplicemente la realtà. Decide quale realtà diventerà giuridicamente vera. L’immagine tradizionale del giudice è quella di un osservatore imparziale. I fatti esistono, le prove li rappresentano.
36. La prova è una finzione. Le finzioni giuridiche e il predictive processing di Friston
La prova non scopre la verità. Costruisce le condizioni perché una decisione possa apparire legittima. La cultura giuridica ha attribuito alla prova un’aura quasi sacrale. Si pensa che il processo inizi nell’incertezza e termini nel momento in cui la prova rivela finalmente la verità nascosta.
«I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte» (Mc 14,55)
La prova non è ciò che conduce alla verità, ma ciò che consente agli uomini di sopportare una decisione ingiusta. Per tutta la storia di questo libro abbiamo seguito il cammino della prova. Abbiamo creduto di osservarla mentre nasceva dalle testimonianze, dalle tracce, dalla scienza, dagli esperti, dalle inferenze, dalle narrazioni e dalle decisioni.
