Essere. Della vita e di altre belle favole

 

Essere. Della vita e di altre belle favole
Questo non è un libro da leggere. È un luogo da attraversare. Non offre risposte. Toglie appigli. Non consola. Spoglia. Qui l’Essere non è gentile. Non è umano. Non chiede di essere capito. Sta. Indifferente. Continuo. Senza testimoni. La vita non è misura. Il senso non fonda nulla. La coscienza arriva tardi. Ogni pagina è una pietra. Non ornata. Squadrata. Pesante. Non parole per convincere, ma colpi per separare. Qui cade l’idolo del benessere. Qui si incrina il culto della vita. Qui Dio non serve ai nostri scopi. Questo testo attraversa il deserto dell’ontologia nuda. Mostra il gelo del Dio dei filosofi. Espone la neutralità dell’essere. Demolisce il perché, il fine, il senso come struttura rassicurante. Solo dopo questa notte senza appigli può apparire lo scandalo. Non come risposta. Come ferita. La Croce, follia assoluta: amore dove, per logica, non dovrebbe esserci amore. Non è un cammino spirituale. È una purificazione. Non promette salvezza. Chiede di restare. Chi cerca conforto si fermi. Chi cerca verità entri. Qui non si passa oltre. Qui si resta.

Indice

Essere. Della vita e di altre belle favole
L’Autore
Ringraziamenti
L’Opera & Dio
Dedica
Autopsia dell’Essere
Essere. Della vita e di altre belle favole

AFERESI – La vita è sopravvalutata
La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo (Sal 118:22)

INTROITUS
I. L’errore della carne
II. La pietra d’angolo

PARTE PRIMA – Della vita ovvero dell’errore luminoso
Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui (Lc 20:38)
1. La vita non fonda l’essere
2. Nascere non è cominciare
3. Il corpo non è una sede
4. Il respiro è un evento, non un principio
5. L’uomo non è la misura
6. La coscienza non è un trono
7. La vita è locale
8. Materia non significa inerte
9. Il tempo non governa l’essere
10. Vivere non equivale a valere
11. Il culto dell’organico
12. L’inganno dei sensi
13. L’uomo come superstizione
14. Il corpo come episodio
15. La paura che chiamiamo vita
16. Il rumore dell’esserci
17. La biologia come mito minore
18. Vivere non è essere
19. La vita come errore di prospettiva
20. Si vive meno di quanto si crede

PARTE SECONDA – Della morte ovvero della forma piena
Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna (Gv 12:25)
21. La morte non arriva
22. Ciò che non respira domina
23. La pietra che ricorda
24. Il pianeta che prega
25. Le stelle non muoiono
26. Il silenzio come stato superiore
27. La morte come compimento
28. L’eternità della traccia
29. Nulla scompare
30. Il cadavere dell’idea di fine
31. Essere senza coscienza
32. La materia come testamento
33. Il trionfo dell’immobile
34. La stabilità del morire
35. Il morto come più reale del vivo
36. La perfezione dell’assenza
37. La memoria dell’universo
38. La morte come archivio sacro
39. Ciò che resta vince
40. Non si esce dall’essere

PARTE TERZA - Del tutto ovvero di Dio che non respira
Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: “Io-Sono mi ha mandato a voi”» (Es 3:14)
41. Tutto vive senza vivere
42. L’universo è senziente
43. L’universo è
44. Il vuoto come grembo
45. Il nero non è assenza
46. L’invisibile governa
47. L’antimateria come sorella
48. Ciò che non è e tuttavia è
49. L’eresia dell’umano
50. Quando Dio non parla
51. La divinità della materia
52. L’eterno che non sente
53. Essere senza nome
54. Il Tutto non ha volto
56. Ogni cosa è sacra perché è
57. Vivere è un caso limite
58. La fine della centralità della vita
59. Io sono stato, dunque sono
60. La profezia dell’ogni-cosa

PARTE QUARTA – Del ritorno ovvero dell’essere che resta
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me (Gv 15:4)
61. La vita come parentesi
62. Non si torna vivi
63. La fine dell’io come evento felice
64. Essere senza testimoni
65. Il silenzio dopo l’uomo
66. La materia non sente la mancanza
67. L’universo senza biografia
68. Ciò che resta non ricorda
69. L’eterno non consola
70. Dio senza viventi
71. La stabilità del minerale
72. L’intelligenza che non respira
73. Il mondo dopo il mondo
74. Nessun giudizio
75. La pace dell’impersonale
76. Il ritorno senza ritorno
77. L’essere non ringrazia
78. La fine del senso
79. Essere senza perché
80. Restare

APOCOPE – Vissi. Sono
Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai! (Gn 3:19)
La vita è una sillaba tronca. Un accento caduto male sulla parola dell’essere


Ringraziamenti
Nessun libro è un’isola e queste pagine non avrebbero mai visto la luce senza il sostegno, la guida e la pazienza di un gruppo straordinario di mentori e colleghi che mi hanno accompagnato lungo il cammino, specialmente nei momenti più bui.
Il mio primo pensiero va al Prof. J.D. Depakin, la cui incrollabile stabilità è stata il fondamento su cui ho costruito questo lavoro; senza il suo equilibrio, avrei sicuramente perso la rotta. Un grazie speciale va anche ad Arthur Seroquel, che mi ha insegnato l’importanza del riposo e mi ha aiutato a spegnere il rumore di fondo quando il caos minacciava di sopraffare la scrittura.
Sono profondamente debitore verso Thomas Abilify per la lucidità di pensiero e per avermi spinto a guardare la realtà con occhi nuovi e più attenti. Non posso dimenticare il contributo di Francis Rivotril, la cui presenza rassicurante è stata indispensabile per placare le mie ansie nelle fasi più convulse della revisione.
Un ringraziamento sentito va a W.H. Effexor, che mi ha fornito l’energia e la spinta vitale necessarie per alzarmi ogni mattina e affrontare la pagina bianca, e alla dolce Eleanor Lyrica, che con tatto e delicatezza ha saputo lenire le tensioni nervose di questo lungo viaggio.
A voi, che avete reso questo libro – e la mia vita – possibile, va la mia eterna riconoscenza.

Dedica
Questo scritto è dedicato a coloro che furono tolti alla vita o si sottrassero ad essa perché la vita non era il criterio ultimo, a Gesù il Cristo, che amò fino alla fine e fu giustiziato legalmente perché la vita cessasse di essere assoluta e l’essere non coincidesse più con il respiro, a Stefano, lapidato per una visione che non chiedeva permesso, a Pietro e Paolo, uccisi perché la fedeltà non conosce compromesso, ai martiri antichi, eliminati non per ciò che facevano ma per ciò che rifiutavano di venerare, a Socrate, condannato da una città che temeva più la verità che la morte, a Catone l’Uticense, che aprì il proprio corpo pur di non sopravvivere alla menzogna, a Seneca, costretto a morire perché insegnava che la morte non è un male, a Boezio, distrutto dalla calunnia di un potere passato all’eternità solo per l’ingiustizia commessa, a Tommaso Moro, decapitato perché la coscienza non si piega, a Giovanna d’Arco, arsa viva per aver obbedito a una voce più antica dei tribunali, a Jan Hus, consegnato al fuoco per aver preso sul serio la verità, a Giordano Bruno, bruciato perché l’universo non conosce padroni, a Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, giustiziati perché la giustizia aveva bisogno di colpevoli più che di verità, a Massimiliano Kolbe, che scelse la morte al posto di un altro perché la carità non misura la durata, a Dietrich Bonhoeffer, impiccato perché la fedeltà valeva più della durata, a Edith Stein, deportata e uccisa perché non rinnegò l’essere, a Simone Weil, che si lasciò consumare perché non volle salvarsi separandosi dagli altri, a Jan Palach, che fece del proprio corpo un’accusa contro la sopravvivenza vuota, a Yukio Mishima, che restituì la vita a ciò che riteneva più alto della vita stessa, e a tutti quelli senza nome che furono uccisi o si tolsero la vita perché vivere non era abbastanza, perché la sopravvivenza non era il bene supremo, perché l’essere non chiede di essere difeso ma riconosciuto.

Autopsia dell’Essere
Ho raschiato le carni della vita dalle ossa dell’essere e l’essere è morto tra le mie mani. Non per odio. Non per furia. Per fedeltà alla logica. Ho compiuto l’autopsia: ho preso il corpo caldo dell’esistenza e ho usato il bisturi del concetto. Ho inciso la pelle. Ho rimosso il grasso della speranza. Ho reciso i nervi del “sentire”. Ho tolto una ad una le illusioni: la pulsazione, il calore, il racconto, la promessa. La speranza come struttura ontologica.
Ho raschiato via la carne tremante della biologia, quella che vuole, che teme, che si riproduce. Io ho cercato di capire cosa fosse l’essere togliendo la vita. Volevo l’osso. Volevo la struttura bianca, calcificata, eterna. L’Essere. La vita gridava. Si difendeva. Chiedeva pietà. Si proclamava necessaria, si spacciava per fondamento. Ma sotto non c’era nulla di ciò che prometteva. Solo ossa. Durezza. Continuità muta.
Meister Eckhart lo sapeva: per trovare Dio bisogna lasciare Dio. Spogliarsi non dell’avere, ma dell’essere. E qui, sotto la lama della mia indagine, l’essere non respirava. Non reagiva. Non implorava. Era già lì, indifferente alla mia operazione. Ho tolto il sangue e non è venuto fuori il senso. Ho tolto il battito e non è apparso il fine. Ho tolto la coscienza – che non è altro che un ritardo evolutivo, un’eco che arriva quando l’evento è già accaduto – e non si è aperto alcun abisso di tragicità. Solo continuità. Solo permanenza. Solo ciò che è, senza testimoni.
Allora ho capito che la vita non era carne dell’essere. Era solo muscolo provvisorio. Un rivestimento locale. Una febbre breve dell’inorganico. La vita non è metro. Il senso non è fondamento. Ho insistito. Ho scavato fino alla nudità assoluta. E l’essere è rimasto solo. Senza carne, senza vita, senza linguaggio.
Qui l’Essere non è domestico. Non è gentile. Non è umano. Sta. Indifferente. Come il Deus sive Natura di Spinoza, non chiede di essere amato e non ricambia. È la Natura naturante, sorda e grandiosa.
Ho visto l’orrore perfetto della coerenza. Un essere che non ha bisogno di nulla. Che non domanda. Che non ama. Che non salva. Il Dio dei filosofi era lì. Non un idolo. Un risultato. Il prodotto finale della ragione portata fino in fondo. Immobile. Necessario. Impassibile. Il Motore Immobile di Aristotele. L’Ipsum Esse Subsistens della scolastica. Il Geist di Hegel che si dispiega nella storia.
Un Dio che non pecca perché non può amare. Un Dio che non salva perché non manca di nulla. Un Dio che non crea per misericordia, ma per necessità logica. Questo Dio è una necessità geometrica e inesorabile. È il Muss logico che non perdona perché non può essere offeso. È il Dio che garantisce che il nulla non prevarrà, ma che non si cura del vostro pianto.
E in quel punto, l’idolo metafisico è crollato. È crollato perché non poteva più sostenere la vita che gli avevamo appiccicato addosso. È crollato perché non era il Dio vivente. Era vero fino alla sterilità. Ma l’osso, separato dalla carne, non regge. Si è polverizzato. L’Essere senza la vita non è un tempio. È polvere. Heidegger cercava il senso dell’Essere dimenticando l’ente; io ho scorticato l’ente per trovare l’Essere e ho trovato il Nulla. Come il Qohelet, ho applicato il mio cuore a scrutare la sapienza e ho visto che tutto è un inseguire il vento.
Ho visto allora l’abisso. Non il nulla, ma la perfezione senza amore. E ho capito che la ragione, se lasciata sola, conduce a un dio che non può essere pregato. Può solo essere pensato. E sopportato.
Questo libro nasce lì. Nel punto esatto in cui l’essere, pur restando, cessa di essere abitabile. Ogni pagina è selce. Scheggiata. Tagliente. Non serve a costruire, serve a separare. Krisis, nel greco antico: giudizio che fende. Qui l’idolo del benessere viene decapitato. Qui il culto biologico della vita si incrina. Qui non troverete Dio. Solo purificazione. Qui non si nega Dio. Si nega l’idolo razionale che pretende di coincidere con Lui.
Il Dio dei filosofi deve morire. Deve essere lasciato cadere. Come Mosè che non entra nella terra promessa. Come la Legge che prepara ma non salva. Pascal aveva avvertito nel Memoriale: il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe è fuoco; il Dio dei filosofi e degli scienziati è ghiaccio. Questo testo vi immerge nel ghiaccio. Vi mostra l’Essere nella sua necessità cieca. Si attraversa l’ontologia nuda. Si espone la neutralità. Si demolisce il “perché”.
Solo allora, quando il freddo avrà paralizzato ogni speranza razionale, potrà brillare lo scandalo. La Croce diventa intelligibile non come risposta al dolore, non come deduzione, ma come ferita. Come scandalo ontologico. Skandalon. Follia per i Greci, bestemmia per la logica. Amore dove la necessità imponeva il nulla. Dio che arde dove l’essere è cenere. Dio che soffre dove la necessità non soffre. Dio che entra nella vita ma la vita non fonda l’essere. E l’essere, da solo, non salva.
Dio non corregge la logica. La attraversa. La lascia compiere fino al gelo. E poi irrompe. Non è ascesi. È Kénosis. Svuotamento. Non promette salvezza a buon mercato. Chiede la resa. La filosofia vide l’Abisso e si ritrasse; qui ci si getta dentro. Chi cerca conforto torni alle favole. Chi cerca la Realtà nuda, entri. Qui non si passa oltre. Qui si sta.
Non puoi ridurre Dio a una struttura. Non puoi governarlo come se fosse una struttura. La ragione vi porterà al primo Dio: quello freddo. La Fede continuerà il percorso fino al secondo, dove la ragione fallisce. Dove il Dio dei filosofi tace, parla l’Altro. Quello che non si nomina invano. Quello che ha urlato sulla Croce: “Elì, Elì, lemà sabactàni?”. In mezzo, la soglia del silenzio razionale, l’architettura del tempio vuoto. Poi Tertulliano come nel vuoto una voce. E sarà Grazia. E Fede. Perché assurdo.
Ho raschiato le carni della vita dalle ossa dell’essere. E l’essere è morto tra le mie mani. Dio mi guardava sorridente. Mentre scarnificavo la mia preda. Una cosa imprecisata era tra le mie mani. Ma non era Dio. La vita, l’essere, Dio. A furia di guardare nel ristretto di questa stanza che chiamiamo universo, io ho perso la visione dell’altrove, ho dimenticato la dimensione dell’oltre. A noi che lo abbiamo chiamato “Tutto” io dico: per quanto infinito di infiniti possa essere l’essere, è un giocattolo tra le mani di Dio.

AFERESI – La vita è sopravvalutata
La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo (Sal 118:22)

INTROITUS
I. L’errore della carne
Hanno guardato altrove. Hanno cercato la scintilla ignorando l’incendio immobile che li avvolgeva. Hanno inseguito l’Arché come cani da tartufo, frugando nel linguaggio, nella mente, nel dato, convinti che il segreto fosse nascosto in un dettaglio, in una piega, in un codice segreto. Si sono comportati come nuovi presocratici, disperati alchimisti in cerca della pietra filosofale, senza accorgersi che la pietra ce l’avevano sotto i piedi. Anzi: che erano pietra. Avevano il Tutto e chiedevano la parte. Avevano l’Essere e chiedevano il senso. Ma l’errore più grande non è stato intellettuale. È stato vitale.
Hanno perso tempo a vivere.
Si sono attardati nel vizio biologico, lucidando la carne, adorando il respiro, credendo che la sopravvivenza fosse il premio. Non hanno ascoltato la legge ferrea, l’unica che conti: Navigare necesse est, vivere non est necesse. La struttura precede il respiro. L’ordine supera la biologia. L’Essere è il dovere, la vita è solo un passatempo della materia. Loro hanno scelto il passatempo. Hanno decorato la cabina mentre la nave affondava. Hanno adorato il passeggero e dimenticato il mare. E in questa distrazione imperdonabile, si sono dispersi. Ecco la cronaca del loro naufragio.
Il pensiero non avanza. Ruota. La storia della filosofia recente non è una freccia scoccata verso il futuro. È una spirale che si avvita su se stessa, una recidiva patologica che infetta l’occidente da due secoli. Se osserviamo la mappa concettuale che si estende dalle macerie fumanti dell’Idealismo ottocentesco fino alle asettiche sale server della Silicon Valley, non vediamo evoluzione. Vediamo ripetizione. Siamo tornati al fango primordiale. Siamo tornati a Mileto, ma senza l’innocenza dell’inizio, senza lo stupore sacro che faceva tremare Talete di fronte all’acqua o Anassimandro davanti all’illimitato. Abbiamo riprodotto il vizio antico con una fedeltà tragica: cercare l’Arché. Cercare il principio che regge. Cercare la chiave di volta che impedisce al cielo di crollarci sulla testa. I nuovi fisiologi del Novecento e del Duemila hanno fallito. Hanno preso una scheggia e l’hanno chiamata Tutto. Hanno isolato una funzione locale, periferica, transitoria, e l’hanno elevata a Sostanza. Hanno scambiato l’effetto per la causa. Questa non è la “morte della metafisica” che si proclama con compiacimento nei dipartimenti universitari. È la sua polverizzazione in idolatria. È la diaspora del senso in mille rivoli che non dissetano, ma annegano.
Ecco il rapporto autoptico di questo fallimento. Ecco la cronaca di come l’Essere è stato dimenticato per adorare le sue scorie.
La prima grande idolatria del secolo breve è stata linguistica. Hanno creduto che la mappa fosse il territorio. Di fronte all’impossibilità di afferrare la “cosa in sé”, di toccare la roccia nuda del reale, una schiera di pensatori ha deciso che la roccia non esisteva. Esisteva solo la parola “roccia”. Dall’atomismo logico del primo Wittgenstein fino alle cattedrali barocche dello Strutturalismo francese, l’Arché è stato identificato nel Codice, nel Segno, nella Grammatica. Ludwig Wittgenstein ha costruito la gabbia sentenziando che i limiti del linguaggio sono i limiti del mondo, una condanna all’ergastolo cognitivo che ci ha chiusi dentro il perimetro del dizionario. Gli strutturalisti hanno arredato la cella decretando che nulla esiste extra-textum, che la realtà non è un urto ma una rete di rimandi differenziali, che l’uomo non parla ma “è parlato” dal linguaggio. Hanno ridotto l’ontologia a sintassi. Hanno creduto che analizzare la frase fosse possedere il mondo. Errore capitale. Il linguaggio non fonda. Copre. È un velo gettato sul cadavere per non vederne la rigidità. È l’ornamento che nasconde la struttura portante. L’Essere non abita nella grammatica. L’Essere sta, muto, massiccio, indifferente, prima che la parola venga pronunciata e dopo che la parola si è spenta. Credere che il mondo sia fatto di parole è come credere che il vento sia fatto dalle foglie che si muovono. È scambiare il sintomo per la malattia.
Reagendo al freddo del codice, altri hanno cercato rifugio nel caldo commettendo il peccato di antropocentrismo. La Fenomenologia e l’Esistenzialismo hanno spostato l’Arché dentro. Nella Coscienza. Nel “Vissuto”. Nell’angoscia del Dasein. Da Edmund Husserl a Jean-Paul Sartre, hanno preteso che l’Essere avesse bisogno di un testimone per accadere. “L’esistenza precede l’essenza” è stato il grido di battaglia di chi pone l’uomo come legislatore di un universo muto. Hanno trasformato la filosofia in una drammaturgia. Per loro, se non c’è una coscienza che guarda, il sole non scalda e la pietra non pesa. La realtà è un fenomeno che appare a qualcuno. Senza quel “qualcuno”, il nulla. Superbia. Hybris imperdonabile. L’Essere non attende il permesso umano per essere. Non ha bisogno del vostro dolore per validarsi. Non chiede la vostra angoscia per acquisire spessore. L’universo era qui miliardi di anni prima che il primo neurone iniziasse a scintillare di paura e sarà qui miliardi di anni dopo che l’ultimo cervello si sarà spento. L’Esistenzialismo è psicologia travestita da metafisica, un narcisismo cosmico che scambia il tremore della propria mano per un terremoto ontologico. Hanno confuso il dolore del vivere con la necessità dell’essere.
Mentre alcuni guardavano le parole e altri guardavano lo specchio, una terza scuola scavava nel fango. La Psicoanalisi, con Freud e Jung, ha cercato l’Arché nelle fogne della psiche, nell’Inconscio, nella Libido, nell’Archetipo. Come Eraclito vedeva nel fuoco il principio dinamico che tutto consuma, la psicoanalisi vede nel Desiderio il motore immobile della civiltà. Hanno ridotto l’arte a sublimazione, la guerra a pulsione di morte, Dio a proiezione paterna per paura del buio. Hanno letto la cattedrale guardando solo le latrine. Hanno confuso l’idraulica delle pulsioni con l’architettura del reale. L’errore qui è biologico. È un materialismo mitologico che spiega il “come” l’animale umano si agita ma tace rovinosamente sul “che” l’essere è. L’inconscio è una favola che la vita si racconta per giustificare i propri spasmi, ma non fonda la realtà: la abita come un parassita.
Poi, l’idolatria ha cambiato pelle. Si è fatta metallica. Ha smesso di guardare l’uomo come fine e ha iniziato a guardarlo come mezzo obsoleto. È arrivata la liturgia del Postumano. I nuovi alchimisti della Silicon Valley, profeti del Transumanesimo come Nick Bostrom e Ray Kurzweil, hanno decretato che la carne è un errore di progettazione. Per loro l’Arché è l’Upgrade. Hanno orrore della finitude biologica. Sognano la Singolarità, il momento in cui la macchina supererà il creatore, non per umiltà, ma per delirio di onnipotenza. Considerano l’uomo un “hardware biologico”, sporco, lento, mortale, e il pensiero un software che deve essere liberato dalla prigione del cranio per essere caricato su supporti durevoli. Vogliono sostituire l’Essere con il Funzionare. Ma questa fuga dalla carne non è ascetismo, è disperazione tecnica. È il rifiuto infantile della morte travestito da progresso scientifico. L’immortalità digitale che promettono è una caricatura dell’Eterno. Un server acceso per sempre non è l’Essere. È solo rumore che non smette.
Accanto a loro, i teorici dell’ibrido hanno intorbidito le acque. Donna Haraway e la Cyborg Theory hanno proclamato la fine delle distinzioni. L’uomo non esiste più, esiste l’assemblaggio. Carne, dati, titanio, ormoni sintetici. La soggettività diventa una costruzione ibrida, un mostro chimerico che abbatte il confine sacro tra il nato e il fatto. Hanno scambiato la confusione per liberazione. Hanno celebrato la perdita dell’identità come una conquista. Ma dire che tutto è misto significa dire che nulla è vero. Il cyborg è l’idolo della transizione perenne, l’essere che non “è” mai, ma si “configura” sempre. Ontologia da officina. Nel frattempo, il pensiero si è arreso al numero. È nato il Dataismo, la nuova religione secolare diagnosticata da Yuval Noah Harari. Il credo è semplice e terrificante: l’universo è un flusso di dati. La vita è processamento di informazioni. L’Arché è l’Algoritmo. Se non è misurabile, non esiste. Se non è tracciabile, non è reale. Hanno ridotto le emozioni a biochimica e le decisioni a calcolo probabilistico. Credono che l’algoritmo possa conoscere l’uomo meglio di quanto l’uomo conosca se stesso. Hanno abdicato. Hanno consegnato le chiavi della coscienza a un database. Ma il dato è un cadavere numerico del reale. Il dato registra ciò che è stato, non tocca ciò che è. Dio non è un Grande Server. L’Essere non è una stringa di codice binario. Questa è superstizione matematica.
L’attacco finale alla sacralità della mente è arrivato dalla Neuroriflessologia e dalla Filosofia cognitiva computazionale. Daniel Dennett e i connessionisti hanno ridotto la coscienza a illusione utente. Per loro non c’è “nessuno” in casa. C’è solo un sistema input-output, una rete neurale che simula un Io per comodità evolutiva. Pensieri, amori, giudizi: tutto ridotto a scariche elettriche, a computazione. L’uomo come macchina di Turing fatta di carne. Hanno aperto il cervello, non hanno trovato l’anima e hanno concluso che l’anima non esiste. Cecità funzionale. Sarebbe come smontare una radio, non trovare l’orchestra tra i transistor e concludere che la musica non esiste. Hanno spiegato il meccanismo e perso il significato. E dove viviamo, secondo questi nuovi teologi? Non più nel mondo, ma nell’Infosfera. Luciano Floridi e i teorici della rete ci dicono che l’ambiente reale è quello dei dati condivisi. Che siamo “nodi”. Che la nostra sostanza è l’informazione. Lev Manovich e Alexander Galloway ci insegnano che la cultura è software, che la realtà è mediata da protocolli, che il codice governa l’esperienza. Non tocchiamo più le cose, tocchiamo le interfacce. L’identità diventa un profilo. La presenza diventa connessione. La società diventa un flusso di pacchetti dati. È il trionfo della simulazione. Viviamo dentro la mappa digitale e abbiamo dimenticato il territorio fisico. L’universo digitale è il nuovo spazio filosofico dove le identità possono essere replicate e modificate, ma è uno spazio senza gravità. E dove non c’è gravità, non c’è peso. E dove non c’è peso, non c’è Essere.
Tutte queste scuole, da Wittgenstein a Bostrom, dai fenomenologi ai dataisti, condividono lo stesso peccato originale. Il culto del Divenire. Hanno cercato il fondamento in ciò che si muove, in ciò che cambia, in ciò che si processa. Hanno idolatrato la Vita, l’Intelligenza, il Dato, il Flusso. Hanno scambiato la febbre per la temperatura normale dell’universo. Ma la somma di mille onde non fa il mare. Le onde passano, il mare resta. La somma di mille Terabyte non fa una Verità. Questo rumore ermeneutico, questa proliferazione cancerosa di “punti di vista” e di “dataset”, questa idea democratica che la realtà sia una questione di interpretazione o di potenza di calcolo, ha generato solo stanchezza. Una stanchezza metafisica profonda. Abbiamo descritto la schiuma in ogni dettaglio molecolare, abbiamo mappato il genoma e il connettoma, ma abbiamo dimenticato l’abisso immobile su cui la schiuma galleggia.

II. La pietra d’angolo
Eccola, la struttura. È ciò che è rimasto sepolto sotto i detriti delle opinioni e dei server. È la pietra scartata dai costruttori. Quei costruttori che hanno edificato torri di Babele linguistiche, grattacieli di ego psicologici e cattedrali di dati, hanno scartato l’unica cosa che reggeva. Hanno scartato l’immobile. Ma la pietra scartata è divenuta testata d’angolo. Non per scelta umana, ma per gravità ontologica. Tutto ciò che è stato costruito sulla sabbia del “divenire” crolla. Ciò che è fondato sull’essere resta. È qui che la sentenza di Pompeo ritorna, non come citazione storica, ma come imperativo metafisico. Navigare necesse est, vivere non est necesse. Pompeo lo gridò ai marinai che temevano la tempesta, rifiutandosi di salpare. Non era sprezzo del pericolo. Era precisione. Era la gerarchia corretta ristabilita con la violenza di un ordine. La navigazione – cioè la struttura, il compito, l’ordine, il movimento necessario – supera la vita. La vita biologica non è necessaria. L’essere sì.
Questo libro nasce da questa gerarchia dimenticata e tradita da due secoli di filosofia del “vissuto”. La vita è un accidente locale, un tremore della carne, una parentesi che si apre e si chiude, un glitch nel sistema dell’inorganico. L’essere è il mare che resta. Navigare nell’essere è l’unico dovere. Sopravvivere è un vizio della specie. L’ansia di conservazione che guida il transumanesimo, la paura della fine che nutre l’esistenzialismo, sono solo sintomi di questo vizio. Vogliamo durare invece di essere. Per questo, ciò che state leggendo non è un libro. È una deposizione. È un atto notarile steso sul tavolo freddo della realtà. Non espone idee, le lascia cadere come gravi. Non argomenta, pesa. Non convince, separa. Non cerca consenso, chiede silenzio. Il rumore dei dati e delle interpretazioni deve cessare. Ciò che segue non è stato scritto per essere capito ma per essere attraversato come si attraversa un campo minato o una navata gelida. Non nasce dal bisogno di dire, ma dall’impossibilità di tacere ancora di fronte all’oscenità del rumore umano, di fronte alla pornografia dell’opinione che ha invaso l’occidente. Non è un gesto letterario. È una resa incondizionata a ciò che è.
Le parole qui cambiano statuto. Non sono strumenti di comunicazione, non sono “segni” deboli come vorrebbe la semiotica, non sono “codice” come vorrebbe l’informatica. Sono pietre squadrate. Portate una a una dalla cava del silenzio. Scelte per peso specifico, non per bellezza estetica. Incastrate senza calce e senza ornamento. Adolf Loos diceva che l’ornamento è delitto; qui l’ornamento è idolatria. Ogni aggettivo inutile è un atto di superbia. Ogni frase è stata tolta, non aggiunta. Raschiata fino all’osso, scarnificata fino a trovare il bianco del concetto. Ciò che resta è duro. Non consola. Non accarezza. Regge. Come una parete a secco che non cede perché le pietre si sostengono per gravità, non per affetto. La coesione del reale non è l’amore, è la necessità. Questo insieme di frammenti non forma un discorso fluido. Forma una costruzione. Una cattedrale romanica senza facciata. Senza vetrate colorate che filtrano la luce addolcendola. Senza organo. Senza canto. Solo massa, altezza, buio, gravità. Entrare qui non è leggere. È varcare. Non c’è soglia accogliente. Non c’è “Benvenuti”. C’è un passaggio stretto, e oltre il passaggio il freddo siderale.
Qui l’Essere non è narrato. È lasciato essere. Non viene reso umano, perché l’antropomorfismo è la malattia infantile della filosofia. Non viene reso buono. Non viene reso giusto secondo i codici civili o i protocolli etici delle intelligenze artificiali. È ciò che è. Continuo. Indifferente. Sordo alle preghiere che chiedono senso per la propria biografia. Muto davanti allo sguardo che pretende risposta per il proprio dolore. L’essere è il “Dio dei filosofi” nella sua purezza terrificante: Atto Puro che non conosce potenzialità, Motore Immobile che non conosce pietà. Non entra nella storia per salvarla. Non si commuove. Non promette. Sta. Come sta la materia. Come sta la legge di gravità. Come sta ciò che non ha bisogno di essere visto per essere reale. Questa logica non è crudele. È neutra. E proprio per questo è insopportabile all’uomo contemporaneo, drogato di feedback, di like, di riconoscimento. Perché non lo riconosce. Perché non lo mette al centro. Perché non gli deve nulla. Questo testo è un esercizio di purificazione ontologica. O, per dirla con Simone Weil, di “decreazione”. Contro il potenziamento transumanista che chiede di diventare “più”, qui si chiede di diventare “meno”. Di perdere peso. Di lasciare a terra ciò che non regge. Le immagini care. Le metafore calde. Le speranze premature. Qui si scortica la realtà fino alla roccia. Prima che la Fede la ricopra del suo muschio. Prima che l’amore umano la addolcisca con le sue bugie necessarie. Prima che il linguaggio la difenda dalla sua nudità. Bisogna fare il deserto perché la voce risuoni. Ma non aspettatevi una voce amica.
Qui cade l’idolatria della vita. Qui si incrina il culto del benessere, la religione sanitaria che ha sostituito la salvezza con la salute, la liturgia del fitness che ha sostituito l’ascesi. Qui si mostra che la vita non è misura dell’essere ma suo accidente transitorio. Che il senso non struttura la realtà ma è solo l’ansiolitico di una mente che teme il vuoto. Che la coscienza non fonda nulla. Assiste, tardi, male. Come una luce accesa in una stanza che era già piena prima di lei. Qui l’essere non ha spettatori. Non ha bisogno di testimoni per validarsi. Non guadagna valore quando viene pensato da un cervello. Non perde verità quando non viene sentito da un cuore. L’essere è autonomo rispetto all’umano. Questo attraversamento è un’aferesi: un taglio della testa, dell’inizio, della pretesa vitale. È un deserto. Non perché manchi qualcosa. Ma perché manca ciò che abitualmente consola. Non c’è perché. Non c’è fine. Non c’è scopo. C’è la gratuità assoluta di ciò che è. La rosa di Silesius è senza perché. Fiorisce perché fiorisce. Non insegna. Non giustifica. Non salva. Sta. E in questo stare è più vera di ogni discorso teologico che la circonda, più vera di ogni algoritmo che tenta di simularla. Qui la grazia non è premio. È eccedenza senza motivo. Non risponde a un bisogno. Precede ogni domanda.
Solo dopo questo gelo. Solo dopo questa neutralità assoluta. Solo dopo aver accettato che vivere non est necesse. Solo dopo che l’essere è stato lasciato essere senza senso, senza scopo, senza volto umano, può apparire ciò che altrimenti diventa idolatria: la Croce. Attenzione. Non come risposta logica. Ma come scandalo. Non come necessità deducibile dai dati. Ma come irruzione impossibile. Amore che non era dovuto. Amore che non era richiesto. Amore che, per la ferrea logica dell’essere, non doveva accadere. Eppure accade. Non per completare l’essere, che è già pieno. Ma per contraddirlo dall’interno senza negarlo. Per ferire l’immobilità con il sangue. Chi entra qui non trova consolazione. Se cercate calore, andate altrove, il mondo è pieno di stufe, di consolatori sociali, di guru digitali. Qui si trova una struttura che regge anche quando tutto il resto crolla. Si trova l’immobile. Il restare. Non il passaggio. Non l’ascesa. Non la promessa di un domani migliore o di una versione 2.0. Il rimanere. Come dice il salmo della pietra scartata. Come afferma Parmenide nel poema della verità rotonda. Come ordina la voce giovannea che dice “rimanete in me” senza negoziare condizioni. Restare non è immobilismo. È pienezza che non ha fretta. È presenza che non deve andare altrove per essere vera.
Questo luogo non chiede di essere abitato da tutti. Non è per i molti. Non è per i turisti dello spirito che cercano l’esperienza. È per chi accetta di non essere al centro. Per chi può sostare senza chiedere. Per chi può guardare l’indifferenza dell’essere senza odiarla, ma anzi riconoscendovi la propria casa definitiva. Per chi può attraversare il deserto senza trasformarlo in messaggio edificante. Per chi sa che la fede, se non passa da qui, dal grado zero dell’ontologia, diventa consolazione psicologica e perde il suo scandalo divino. Se continuerai, non aspettarti una guida. Non c’è Virgilio. Non aspettarti un cammino progressivo. Non si sale. Si scava. Non aspettarti un approdo. Aspettati solo questo: che ciò che non regge cada. Che ciò che resta resti. Che tu non sia più necessario all’essere. E che proprio lì, in quell’inutilità radicale, dove vivere non est necesse, qualcosa possa finalmente accadere. Senza perché.