La responsabilità I – Il danno tanatologico e altri saggi

La responsabilità I – Il danno tanatologico e altri saggi
Aristippo di Cirene durante una tempesta mostrò di temere molto per la sua vita, talché un suo compagno di viaggio gli fece notare che era strano che un filosofo avesse paura a tal punto della morte, mentre lui, che non era un saggio, non provasse alcun timore; al che, Aristippo rispose: «Tu non hai paura perché se muori tu, muore un umile pescatore; mentre se io affogo, muore Aristippo di Cirene».
«Sarà anche vero – rispose il pescatore – ma che te ne fai della vita se poi, morti tutti, la devi passare da solo».
«Sì, ma io la passerei da solo con Aristippo di Cirene, non con l’anima di uno stupido pescatore», concluse Aristippo.
Il filosofo greco Pirrone sosteneva che tra la vita e la morte non c’è alcuna differenza. La Corte costituzionale, con la sentenza n. 372 del 27 ottobre 1994, a distanza di oltre duemila anni, pare volergli dare ragione, avendo stabilito che la morte di un uomo non costituisce di per sé danno risarcibile.
E dunque, pur confutate una ad una le argomentazioni che mirano a negare aliunde la risarcibilità del danno da morte e avvalorata ampiamente la tesi favorevole, permane insistente il primitivo interrogativo: ma la privazione della vita in sé può essere considerata un danno (in senso metagiuridico) per il soggetto che l’ha subita?
Si è già visto, infatti, che anche a voler convenire che la vita è un diritto, la lesione della stessa potrebbe non comportare, comunque, alcun danno per chi l’ha sopportata. Non sembra che si possano portare giustificazioni sufficienti per poter far propendere con sicurezza per l’una o l’altra asserzione.
Su tali questioni, per vero, si qualifica un sistema giuridico anche alla luce dei valori che ne sono a fondamento e che dovrebbero ineluttabilmente orientare le scelte tanto del legislatore quanto degli interpreti del diritto.
Ebbene, se la Corte costituzionale ha operato una scelta univoca, ritenendo che la morte di un uomo non costituisce di per sé un danno risarcibile, tale assunto comunque non va «soggettivamente» generalizzato.
Sicché, se è vero che «tra la vita e la morte non vi è alcuna differenza» (come pare affermare il Giudice delle leggi, richiamandosi alle tesi del filosofo scettico Pirrone), è altrettanto vero che «dipende da chi è la persona che muore» (come potrebbe obiettarsi parafrasando Aristippo di Cirene).
(Scritto tra il 2003 e il 2008)

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domenico riccio