Diritto tributario IV – Gli istituti deflativi e la riscossione

Diritto tributario IV – Gli istituti deflativi e la riscossione
«Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha»: così Matteo al capitolo 25, versetto 29. È la parabola dei talenti, una pagina difficile e del Vangelo.
Al di là di tutto è in atto una trasformazione economica profonda, che – a tacer d’altro – mostra la volontà del nostro sistema a rendersi quanto più resiliente possibile, ovvero a resistere ed a sopravvivere in una «economia della crisi» o nella «grande depressione secolare».
Ebbene in una economia della crisi le difficoltà delle imprese e delle famiglie vanno governate e risolte senza – da un lato – intenti giudicatori e di stigma sociale («tu hai sbagliato, hai fatto la cosa sbagliata») né paternalistici («non ti preoccupare»), ma con professionalità e umanità.
A volerla dire tutta, alla mia generazione è stato insegnato che dalle difficoltà è nata la civiltà greca e quindi quella occidentale.
Sono stati i greci a ricordarci, per tutti mi limito ad Eraclito, che la via in su e la via in giù sono la stessa e la medesima via (per non dire di Ermete Trimegisto della tavola smeraldina per cui «ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso per fare i miracoli di una sola cosa»).
La stessa differenziazione tra evo antico e moderno si baserebbe sul fatto che prima ad ogni carestia l’uomo moriva come il proprio bestiame, nell’evo moderno, invece, l’uomo ha imparato a porre rimedio e quindi a non morire ad ogni carestia.
Ha imparato la resilienza. Ha imparato – diremmo nella teoria dei conflitti – che non si fugge di fronte al problema, perché la soluzione è nel problema, è una parte di questo e non la si ritrova altrove.
Allora il significato della parabola dei talenti è difficile solo se non la si legge tutta. Nella stessa infatti viene punito non chi ha poco, ma chi non si spende, non investe, non rischia.
Quando ci si chiude in se stessi per paura di perdere il poco che si ha si perde perfino quel poco che si ha.
Allora bisogna aprirsi, senza paura di non riuscire, perché abbiamo avuto di dire all’inizio che la strada del successo è costellata da insuccessi e la via del progresso è fatta anche di tanti fallimenti. Se l’ordinamento è consapevole di questo saprà dire al cittadino come Luca capitolo 15, versetti 22-24 «Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa».
(Scritto tra il 2006 e il 2017)

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domenico riccio